La scrivania non giudica. Accoglie pazientemente le mani che tornano, giorno dopo giorno, a cercare ordine nel caos o caos nell’ordine. È il teatro silenzioso in cui l’uomo prova a dare forma ai suoi pensieri, lasciando, tra un foglio e l’altro, un frammento di sé. Davanti a essa si prendono decisioni, si accumulano pensieri, si inseguono idee che a volte restano sospese. La scrivania custodisce le tracce del tempo: segni di penna, tazze dimenticate, libri aperti a metà, oggetti che raccontano abitudini e ossessioni.
Il rapporto tra l’uomo e la sua scrivania è intimo e silenzioso. È uno spazio che riflette l’animo di chi lo abita: ordinata per chi cerca controllo, caotica per chi vive di intuizioni. Ogni oggetto ha un motivo, anche quando sembra casuale… A volte è un rifugio, altre una prigione. Può dare sicurezza o opprimere, ispirare o stancare, ma resta sempre un punto fermo nella quotidianità.
E poi c’è un filo, un filo colorato che ci lega e ci collega, che ci passa attraverso, ci incatena, ci guida. Un filo che si contorce si insinua si attorciglia.
Ma chi è questo filo? Siamo noi? È il web? È un collegamento? Un viaggio? Un imbroglio?
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