• Direttore responsabile del Progetto DIGEAT

    Responsabile Rubrica Intelligenza Integrale

    Responsabile Sezione Artificial Intelligence

    Avvocato esperto in diritto applicato all'informatica e protezione dei dati, Titolare di Studio Legale Lisi e coordinatore di Digitalaw e D&L NET. Ideatore del DIGEAT Festival. Presidente di ANORC Professioni. Docente universitario e direttore scientifico di Master universitari e percorsi specialistici di settore. È Direttore del Dipartimento DigitaLaw presso CUIRIF - Centro Universitario Internazionale di Ricerca e Innovazione Integral Intelligence. Con DPCM del 26 gennaio 2023 è indicato come Componente del Comitato di Esperti di comprovata esperienza e qualificazione in materia di innovazione tecnologica e transizione digitale della PA che affianca il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Sen. Alessio Butti per guidare la trasformazione digitale del Paese. Ha ricoperto questo importante ruolo da gennaio 2023 a dicembre 2024.

  • Vicedirettrice del Progetto DIGEAT.

    Responsabile Rubrica Futura. Fede, valori, Etica Digitale

    Responsabile Sezione Digital Culture

    Avvocato, esperta nella protezione dei dati personali, sviluppa consulenza in favore di imprese e privati. Ha conseguito il Master di alta specializzazione in “Data Protection Officer” promosso da Euroconference (Centro studi forense) con il patrocinio di ANORC Professioni presso la sede di Roma. Titolare dello Studio Legale D'Iorio che fornisce assistenza nelle materie di diritto civile con particolare approfondimento per le tematiche patrimoniali e familiari. Lo Studio Legale D'Iorio ospita la sede di Castellamare di Stabia di Studio Legale Lisi.

È tempo di riflettere sui cambiamenti che ci riguarderanno nel 2026.

In questi mesi si è continuato a discutere di intelligenza artificiale, ma già timidamente si inizia a guardare oltre nello storytelling, aprendo la strada al quantum computing, di cui sembra esserci una prima strategia nazionale che si sta disegnano all’orizzonte.

La tecnologia, quindi, si muove senza sosta e le vecchie regole sembrano non bastare mai in una corsa costante alla digital compliance. Ma soprattutto la corsa degli “esperti” di IA e Quantum (come di Blockchain, NFT e Bitcoin, di poco più di un annetto fa) ha solo un indefettibile traguardo giornaliero: trovare una news da cavalcare prima degli altri per ricevere un like in più sui vari social.

E ovviamente per farlo per bene, l’utilizzo di modelli IA generativa è indispensabile: ma quei post sui social ormai si ripetono tutti uguali per forma, sintassi e logica in un deserto di creatività.

Il Progetto editoriale DIGEAT andrà anche quest’anno controcorrente leggendo il futuro attraverso una lente interpretativa lenta e paziente, senza abbuffarsi di novità, ma con un unico obiettivo finale: la qualità.

La nostra Rivista, quindi, continuerà a muovere i suoi passi indagando con pazienza sui dati, il nutrimento di ogni azione digitale, e lo farà in modo pienamente interdisciplinare, unica lente di ingrandimento consentita se si vuole indagare in profondità.

Da oggi fino al prossimo Digeat Festival, che si terrà sempre a Lecce nell’autunno del 2026 (e presto avrete notizie sulle date del nostro importante evento diffuso), ci soffermeremo su un epocale passaggio che ci riguarda tutti: dalla macchina all’uomo. “Macchina” intesa come processo di automazione, di digitalizzazione pervasiva, di piena digitalità, o di esistenza onlife (per dirla come Luciano Floridi).

Ormai, infatti, siamo già da tempo e pienamente digitalizzati. Ovvio che questo processo di piena innovazione tecnologica che ci riguarda deve portare a guardare verso il futuro.

Il vero problema, però, è capire chi oggi davvero possiede le chiavi interpretative di un futuro digitale che è costruito su dati sempre più profilati, in grado di far comprendere ormai il pensiero di miliardi di intere identità, intrecciate nei loro più intimi comportamenti e qualità personali.

Quanto servono, ad esempio, al potere neoreazionario e sovranista, che si serve delle particolareggiate analisi geopolitiche offerte da Palantir di Peter Thiel, dati così accurati rilasciati spontaneamente a livello planetario da una comunità umana, ormai sempre più pericolosamente privata del libero arbitrio perché mirabolanti oracoli digitali pensano molto meglio di noi?

Quanto siamo davvero lontani dall’abdicare definitivamente al nostro autonomo pensiero, considerato che ci sono sofisticati processi automatizzati che, intrecciando un database sterminato, ci consentono di ricevere elaborazioni statistiche che non siamo più in grado di controllare in modo umano?

Il vero problema dei nostri giorni, e che analizzeremo nei prossimi numeri della Rivista, è di assuefazione a risposte sempre più teoricamente e statisticamente corrette, messe a disposizione da piattaforme proprietarie (inevitabilmente opache su basi di dati utilizzate e algoritmi sviluppati) dove l’unico possibile controllo umano potrà essere eventualmente garantito solo attraverso l’utilizzo incrociato di un’altra piattaforma di IA generativa (sempre proprietaria) che consenta all’operatore umano di turno di avere l’illusione di parametri automatizzati di verifica.

E questo avverrà per tutte le professioni.

Ma in questo che sembra un ineluttabile passaggio, c’è un reale controllo umano?

Non è da farne una semplice questione di efficienza perché stiamo toccando una radicale e pericolosa trasformazione delle responsabilità, dove se non c’è più una decisione riconoscibile vuol dire che stiamo vivendo in un mondo che decide al posto nostro prima ancora che noi possiamo decidere.

L’individuo continua a scegliere – o magari ad avere l’illusione di scegliere – e a cliccare e a confermare alternative preparate e preordinate. Le tecnologie predittive non si limitano a descrivere ciò che potrebbe accadere ma anticipano il futuro per renderlo operativamente efficace nel presente, ma così facendo il futuro modellato e standardizzato smette di essere prospettico e diventa miope.

Si ha una riduzione entropica della diversità.

Fino a quando la tecnica resta uno strumento, l’etica può interrogare le azioni per stabilire chi ha deciso, con quali intenzioni, con quali conseguenze. Ma quando la tecnica è parte stessa dell’agire allora la questione etica si sposta a monte, prima ancora della decisione.

Prima dell’IA, il mercato e il marketing avevano già imparato a studiarci, ma esisteva ancora una distanza tra il dato e la persona. Con l’intelligenza artificiale questa distanza si assottiglia drasticamente. Le macchine non si limitano più a raccogliere informazioni: le interpretano, le correlano, le anticipano. Producono proposte che sembrano parlarci direttamente, che intercettano il nostro linguaggio, le nostre emozioni e anche le nostre fragilità. È in questo senso che la celebre affermazione di Nietzsche “il futuro influenza il presente tanto quanto il passato” acquista oggi un significato nuovo e inquietante.

Se oggi non è più necessario saper programmare per creare un software, se il codice diventa accessibile a chiunque grazie all’IA, allora ciò che farà la differenza non sarà la competenza tecnica, ma la capacità di senso. L’antropologia, la sociologia, la filosofia, la storia, la letteratura: non sono risorse per nostalgici, ma strumenti di orientamento nel presente perché intelligenza artificiale ci porta a rivedere i semi e segni della cultura dove quest’ultima nemmeno potrebbe e dovrebbe essere equivocata. La parola “cultura” ci fa pensare subito a qualcosa di positivo: conoscenze, competenze, istruzione, capacità critiche. Ma qui il punto è un altro. Quando parliamo di cultura in relazione alla tecnologia, e in particolare all’intelligenza artificiale, non si tratta tanto di ciò che sappiamo, quanto di come vediamo il mondo. Per questo, forse, il termine più corretto non è cultura, ma visione del mondo, o cosmovisione: quell’insieme di idee, valori, priorità, spesso implicite, che orientano il nostro modo di agire, di innovare, di immaginare il futuro.

L’intelligenza artificiale è un prodotto tecnico che risponde a una precisa visione del mondo. Per questo, se vogliamo davvero comprenderla, non dovremmo fermarci al prodotto finale ma risalire alla concezione che lo ha generato. Chiederci non solo cosa fa l’intelligenza artificiale, ma da quale idea di mondo proviene.

Il problema è che quando la tecnica non è più uno strumento tra altri, ma l’ambiente in cui viviamo, il suo modo di funzionare appare naturale, inevitabile. Altri modi di fare tecnologia, altre forme di innovazione, altre direzioni possibili dell’agire umano smettono semplicemente di essere pensabili. È in questo senso che si può parlare di una cultura – o meglio, di una visione del mondo – monotecnologica: una visione in cui esiste una sola idea legittima di progresso, una sola traiettoria tecnologica, una sola grammatica dell’innovazione.

Questa cultura monotecnologica agisce come un involucro. Non impone divieti, non proibisce esplicitamente, ma avvolge la società rendendo invisibili le alternative. È una forma di avvolgimento silenziosa: non dice “non puoi”, ma suggerisce costantemente “non c’è altro”. Ed è qui che il discorso sulla tecnica incontra quello sull’etica. Se accettiamo una sola visione della tecnologia, anche l’etica dell’intelligenza artificiale rischia di ridursi a un’aggiunta superficiale, una serie di regole applicate a valle, senza mai mettere in discussione il quadro che ha reso possibile quella tecnologia.

In Fahrenheit 451 le persone non leggono più non perché sia vietato, ma perché non ne sentono il bisogno. La profondità viene percepita come un peso, una minaccia all’equilibrio emotivo del singolo per l’esperienza faticosa del pensiero.

Una società può perdere la libertà senza accorgersene, non perché qualcuno la sottrae con la forza, ma perché diventa superflua.

Il pericolo è quello di riscrivere un prima e un dopo della storia che potrebbe influenzare il sistema di datazione con un before IA e after IA dove entra in tensione l’idea stessa di libertà.

Pensatori come Yuk Hui, Bernard Stiegler, Bruno Latour e Luciano Floridi ci invitano proprio a questo rovesciamento di sguardo: non pensare l’etica dell’IA come un codice di buone pratiche, ma come una ecologia, o meglio una pluralità di ecologie. Ecologie del sapere, della tecnica, delle relazioni, del senso. Perché ogni tecnologia è sempre intrecciata a un modo di abitare il mondo, e non esiste una tecnica universale valida ovunque e per sempre.

Tornare ai classici – a ciò che è stato scritto prima di questa soglia storica – non è un gesto conservatore. È un atto di resistenza culturale. Significa mantenere vivo il contatto con un pensiero originario, non mediato, nato da esseri umani immersi nei conflitti della loro epoca.
Significa allenare lo sguardo critico, la lentezza, il dubbio. Tutto ciò che una società troppo efficiente tende a considerare inutile.

Ray Bradbury ci aveva avvertiti: quando smettiamo di coltivare la complessità, qualcuno – o qualcosa – finirà per bruciarla al posto nostro.

Questo editoriale di inizio anno nasce a quattro mani, proprio come un concerto per pianoforte, non come una tesi chiusa, ma come un accordo iniziale che fa da avvio e continua a risuonare oltre la pagina, estendendosi a tutti i 19 contributi della rivista e alle conclusioni del Direttore.
Ogni articolo, ogni riflessione, ogni sguardo disciplinare è chiamato a entrare in questa risonanza, a prolungarla, a modificarla, a farla vibrare in modo nuovo.
La tensione della Rivista DIGEAT si misura in questa legatura di valore che unisce un articolo all’altro e crea relazione con il lettore. E qui sovviene un’immagine cara a Carlo Petrini, voce autorevole del nostro tempo e maestro del pensiero lento per aver fondato la rete internazionale del movimento Slow Food, che è l’ospite d’eccezione di questo numero per la rubrica: Fede, Valori ed Etica Digitale. La sua è un’immagine semplice e potentissima: quella del sustain del pianoforte. Il pedale che non produce suono da solo, ma permette ai suoni di durare, di risuonare, di intrecciarsi nel tempo. Senza il sustain, ogni nota si spegne subito, isolata, efficiente, ma priva di profondità. Così è la cultura: non serve a “fare” più velocemente, ma a far durare il senso, a mettere in risonanza il passato con il presente, a evitare che ogni idea, ogni decisione, ogni innovazione si esaurisca nell’istante. Tornare ai classici, allora, significa premere quel pedale: non per fermare il progresso, ma per impedire che il futuro diventi una sequenza di note secche, senza armonia, senza memoria, senza ascolto.

Auguri a tutti di un 2026 che risuoni di infinite sfumature.

 

La macchina tecnologicamente più efficiente che l’uomo abbia mai inventato è il libro.

(Northrop Frye)

PAROLE CHIAVE: Digeat / Digeat Festival / IA / macchina / nuove tecnologie / uomo

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