• Fotografo professionista, è autore di immagini e campagne fotografiche per l’editoria, per la pubblicità e per la comunicazione d’impresa. Alla fotografia professionale affianca una personale ricerca artistica che lo ha portato ad essere segnalato nel panorama della nuova arte giovane contemporanea. Cura l'immagine e l'allestimento grafico di DIGEAT Rivista e DIGEAT+, Studio Legale Lisi, ANORC e Digitalaw.

Un gesto semplice e antico: piegare la carta. Ma se al posto di un semplice foglio bianco usiamo delle cartine geografiche? Mappe pensate per orientarsi, misurare, dividere — che qui vengono trasformate in forme poetiche, fragili e tridimensionali. Ogni piega interrompe la funzione originaria della mappa e la riconduce a un’esperienza più intima: non più uno strumento di controllo dello spazio, ma un territorio da abitare con l’immaginazione.

Fotografare questi origami significa osservare il mondo mentre cambia forma. I confini si curvano, le distanze si accorciano, i nomi delle città si spezzano e si ricompongono. È un gesto che richiama la globalizzazione: un processo che avvicina, mescola, sovrappone culture e geografie, ma che allo stesso tempo rivela tensioni e fragilità. Le pieghe diventano metafora di queste dinamiche — connessioni inattese, collisioni, continuità — dove nulla resta completamente piatto o definitivo.

C’è anche una dimensione ludica, quasi infantile, nel “giocare col mondo”. Piegare una mappa è un atto simbolico: significa prendere qualcosa di immenso e renderlo manipolabile, esplorabile con le mani. Questo gioco non è evasione, ma un modo per ripensare il nostro rapporto con lo spazio globale — per ricordare che il mondo, pur nella sua complessità, può essere osservato da prospettive nuove e personali.

Le fotografie fermano questo equilibrio tra controllo e libertà, precisione e gesto creativo. In esse convivono rigore e leggerezza: la mappa come sistema e l’origami come possibilità.

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