• Geografa, Professoressa Associata presso Università degli Studi dell'Insubria (sede di Como), ha lavorato presso numerosi atenei italiani e internazionali. I suoi campi di ricerca sono il turismo critico; le relazioni tra place, cyberspace e cyberplace; le geografie della comunicazione e la relazione tra giustizia spaziale e atto performativo.

Abstract

L’articolo propone una rilettura della sovranità nell’età digitale a partire dagli strumenti della geografia politica critica. Superando l’equivalenza tra Stato e potere, si mostra come la governance contemporanea si eserciti sempre più attraverso dispositivi socio-tecnici capaci di organizzare accesso, mobilità e visibilità negli ambienti fisici e digitali. Riprendendo le riflessioni sulla geo-grafia come pratica performativa e sulle meta-geografie che naturalizzano specifici ordini spaziali, l’analisi interpreta piattaforme algoritmiche, infrastrutture urbane intelligenti e sistemi di classificazione dei dati come nuove forme di produzione geopolitica dello spazio. In tali contesti, il potere tende a manifestarsi come effetto distribuito tra attori pubblici e privati, mettendo in discussione i modelli tradizionali di responsabilità giuridica. Il contributo discute quindi le implicazioni di questa trasformazione per la tutela dei diritti fondamentali, evidenziando la necessità di spostare l’attenzione dalla sola decisione formale alla progettazione delle architetture socio-tecniche che rendono possibile il governo contemporaneo.

Oltre lo Stato? Ripensare la sovranità nell’età digitale

Negli ultimi anni si parla con sempre maggiore frequenza di crisi dello Stato-nazione. La diffusione delle piattaforme digitali, la circolazione globale dei dati e il ruolo crescente di grandi attori tecnologici sembrano infatti sottrarre agli ordinamenti nazionali una parte significativa della loro capacità di intervenire sulla vita economica e sociale. Da questa prospettiva, la trasformazione in corso appare come una progressiva perdita di sovranità. Ma è davvero così? Oppure ciò che sta cambiando riguarda soprattutto il modo in cui il potere si rende visibile e riconoscibile?

La geografia politica critica invita a guardare la questione da un’angolazione diversa. Più che coincidere con un centro istituzionale stabile, il potere emerge attraverso le modalità con cui lo spazio viene conosciuto, rappresentato e organizzato. Come ricorda Elena dell’Agnese, la geo-grafia non si limita a descrivere il mondo: contribuisce a costruirlo, trasformando determinati immaginari territoriali in realtà apparentemente naturali. Mappe, classificazioni e linguaggi tecnici hanno storicamente reso leggibili popolazioni e risorse, permettendo allo Stato moderno di governare territori sempre più complessi.

Se si osserva l’ambiente digitale da questa angolazione, alcune dinamiche contemporanee assumono un significato diverso. Le interfacce attraverso cui orientiamo i nostri spostamenti, selezioniamo informazioni o accediamo a servizi non funzionano soltanto come strumenti neutrali di supporto alle decisioni. Organizzano priorità, suggeriscono traiettorie, rendono alcune opzioni più immediate di altre. Senza imporre divieti espliciti, contribuiscono a modellare pratiche quotidiane e aspettative condivise.

Seguendo le riflessioni sulla governmentality algoritmica, il potere appare allora meno come un comando proveniente da un unico soggetto e più come un insieme di regolazioni diffuse, prodotte dall’interazione tra amministrazioni pubbliche, imprese private e infrastrutture tecniche. Pertanto, la domanda forse non è se lo Stato stia scomparendo, ma dove e attraverso quali dispositivi continui oggi a esercitarsi la sovranità.

 

Dal territorio al dispositivo: sovranità come infrastruttura

Per lungo tempo, la geografia politica ha interpretato la sovranità attraverso una relazione apparentemente semplice: una popolazione stabilmente insediata su un territorio riconosce un’autorità capace di esercitare il potere entro confini definiti. Questa immagine continua a orientare gran parte del dibattito pubblico contemporaneo, soprattutto quando si discute della capacità degli Stati di confrontarsi con attori economici globali o tecnologie difficilmente circoscrivibili nello spazio nazionale. Tuttavia, assumere tale modello come punto di partenza rischia di rendere meno visibili altre modalità attraverso cui il potere ha sempre operato, spesso lontano dai luoghi istituzionali in cui siamo abituati a cercarlo.

Già la geografia politica critica aveva mostrato come l’equivalenza tra Stato e potere rappresentasse più una costruzione storica che un dato naturale. Raffestin, riprendendo suggestioni foucaultiane, invitava a osservare il potere non come una proprietà concentrata in un centro istituzionale, ma come una relazione che attraversa pratiche, saperi e strumenti di organizzazione dello spazio.

Governare significa infatti rendere leggibile ciò che altrimenti resterebbe disperso: classificare popolazioni, misurare risorse, stabilire categorie condivise attraverso cui interpretare il mondo. Senza tali operazioni preliminari, amministrare territori complessi risulterebbe semplicemente impossibile.

E allora ecco come la scrittura della terra, geo-grafia, diventa fondamentale. Come sottolinea Elena dell’Agnese, descrivere lo spazio equivale sempre, almeno in parte, a produrlo, ed è per questo che la parola può essere scritta con il trattino, a richiamarne il significato etimologico di scrittura della terra. Carte, statistiche e linguaggi tecnici non hanno soltanto accompagnato la nascita dello Stato moderno; ne hanno reso possibile il funzionamento quotidiano, traducendo territori complessi in oggetti comparabili, misurabili e amministrabili. La sovranità territoriale non è staa quindi soltanto una questione di confini o eserciti, ma anche di rappresentazioni capaci di stabilire cosa dovesse essere visto, contato e considerato rilevante, contribuendo a far apparire naturale un determinato ordine dello spazio.

Osservato da questo punto di vista, l’ambiente digitale appare meno come una rottura radicale e più come un’evoluzione di tali pratiche. Dashboard urbane, sistemi di navigazione, piattaforme di intermediazione e classificazioni automatizzate producono continuamente nuove forme di leggibilità sociale. Attraverso dati aggregati e visualizzazioni dinamiche, città e popolazioni vengono monitorate, confrontate e orientate in tempo reale. Non si tratta soltanto di strumenti destinati a facilitare decisioni già prese: spesso contribuiscono a definire quali problemi emergano come urgenti, quali percorsi appaiano preferibili e quali comportamenti risultino coerenti con gli obiettivi incorporati nei sistemi.

Le analisi sulla governance algoritmica aiutano a cogliere questa trasformazione. Piuttosto che imporre comportamenti attraverso divieti espliciti, molti dispositivi contemporanei operano suggerendo percorsi preferenziali, anticipando bisogni o modulando l’accesso a informazioni e servizi.

L’indicazione di un itinerario più rapido, la selezione automatica di contenuti o la gestione predittiva dei flussi urbani raramente vengono percepite come atti di governo e tuttavia incidono concretamente sulle traiettorie quotidiane dei corpi nello spazio, orientando ciò che appare più semplice, conveniente o persino normale fare.

In questo scenario, la sovranità non scompare né si trasferisce semplicemente ad altri attori. Piuttosto, tende a distribuirsi all’interno di infrastrutture socio-tecniche nelle quali amministrazioni pubbliche, imprese private e standard tecnologici cooperano nella produzione di regole operative. Il governo diventa meno riconoscibile come decisione puntuale e più percepibile come ambiente: un insieme di condizioni che orientano ciò che appare facile, possibile o normale fare.

 

Diritti senza centro: responsabilità e tutela nell’ecosistema algoritmico

Se il potere tende a operare sempre più attraverso ambienti infrastrutturali diffusi, anche il modo in cui vengono vissuti diritti e possibilità di azione quotidiana cambia prospettiva. Le istituzioni moderne hanno costruito gran parte delle proprie forme di tutela attorno all’idea di una decisione riconoscibile: un atto identificabile, attribuibile a un soggetto preciso e quindi, almeno in linea di principio, contestabile. Questa architettura presuppone che il momento decisivo sia localizzabile, che esista un punto in cui il potere si manifesta come scelta.

Molte delle regolazioni contemporanee, tuttavia, non assumono più questa forma. Non perché le decisioni scompaiano, ma perché sono precedute e preparate da una serie di operazioni che ne orientano l’esito. L’accesso a informazioni, opportunità di lavoro, servizi urbani o reti sociali dipende sempre più da sistemi che raccolgono dati, li classificano e li riorganizzano secondo criteri spesso invisibili a chi li utilizza. Ciò che compare per primo in una ricerca, il percorso suggerito come più efficiente, la priorità assegnata nella gestione di un flusso non sono decisioni isolate, ma il risultato di parametri incorporati nelle architetture tecniche.

Il potere non interviene soltanto al momento della scelta finale. Agisce prima, predisponendo il contesto entro cui quella scelta prende forma. Non vieta esplicitamente, ma rende alcune opzioni più immediate, altre più marginali. Non ordina direttamente, ma costruisce un ambiente nel quale certe traiettorie risultano più coerenti con le logiche del sistema.

La promessa di personalizzazione, spesso associata alle piattaforme digitali, può essere letta anche come una continua operazione di selezione che stabilisce cosa debba emergere come pertinente e cosa possa restare sullo sfondo.

Se governare significa rendere lo spazio leggibile e organizzabile, allora gli ambienti algoritmici possono essere intesi come nuove forme di organizzazione preventiva dello spazio sociale. Essi non si limitano a rispondere a comportamenti già dati, ma contribuiscono a definirne le condizioni di possibilità. Ciò che appare come semplice ottimizzazione tecnica coincide spesso con la stabilizzazione di criteri che orientano aspettative e pratiche quotidiane.

La questione non riguarda soltanto chi prende una decisione visibile, ma come vengano organizzate le situazioni entro cui le scelte quotidiane diventano possibili. Quando il percorso suggerito da una mappa, l’ordine dei risultati di una ricerca o la gestione dei flussi urbani dipendono da sistemi di classificazione automatizzata, ciò che orienta l’azione non è tanto un comando esplicito quanto la configurazione dell’ambiente in cui ci si muove.

Le modalità con cui i dati vengono raccolti, selezionati e messi in relazione contribuiscono infatti a stabilire cosa emerga come rilevante, quali traiettorie risultino più immediate e quali alternative tendano invece a scomparire dallo sfondo. Il potere non si manifesta allora soltanto nella decisione finale, ma nella costruzione preventiva del contesto entro cui alcune azioni appaiono semplici, altre complicate e altre ancora difficilmente immaginabili.

Rendere visibili tali processi di costruzione preventiva non equivale a opporsi alla tecnologia, ma a riconoscere che ogni infrastruttura incorpora una certa idea di ciò che conta, di ciò che è rilevante e di ciò che può essere fatto.

 

Conclusioni. Oltre lo Stato, dentro la geo-grafia del potere

Interpretare le trasformazioni contemporanee come un semplice indebolimento dello Stato-nazione rischia di oscurare ciò che sta realmente cambiando. La sovranità non scompare; modifica piuttosto le proprie modalità di esercizio insieme agli strumenti attraverso cui lo spazio viene organizzato e reso operabile. Se la modernità territoriale ha costruito il proprio ordine attraverso mappe, classificazioni amministrative e standard metrici capaci di rendere leggibili popolazioni e risorse, l’età digitale produce nuove forme di scrittura del mondo fondate sulla raccolta continua di dati e sulla loro traduzione in ambienti operativi.

Piattaforme, interfacce e sistemi algoritmici non rappresentano soltanto innovazioni tecniche destinate a facilitare attività già esistenti. Attraverso la selezione delle informazioni mostrate, l’ordine con cui vengono presentate e i suggerimenti che accompagnano l’azione degli utenti, contribuiscono a stabilire ciò che appare più immediatamente accessibile, urgente o conveniente. Senza imporre divieti espliciti, orientano l’attenzione e rendono alcune opzioni più praticabili di altre, producendo condizioni differenziate di accesso e visibilità negli spazi digitali e urbani.

Il governo tende a manifestarsi meno come una decisione riconoscibile proveniente da un’autorità identificabile e più come configurazione dell’ambiente entro cui le decisioni vengono prese. Non si tratta tanto di dire cosa fare, quanto di predisporre le condizioni che rendono alcune scelte più probabili, più semplici o più coerenti con le aspettative incorporate nei sistemi.

La geografia politica critica invita allora a spostare lo sguardo. Più che chiedersi dove risieda oggi la sovranità, diventa necessario interrogare le pratiche attraverso cui essa prende forma nel quotidiano: nei percorsi suggeriti da una mappa digitale, nelle informazioni rese più visibili di altre o nelle classificazioni che stabiliscono cosa appare rilevante o affidabile.

Come ricorda Elena dell’Agnese, la geo-grafia esercita potere non soltanto quando delimita territori o definisce confini, ma quando riesce a presentare come semplice descrizione ciò che in realtà è il risultato di scelte e interpretazioni. Una carta geografica, una statistica o una classificazione amministrativa non registrano semplicemente il mondo: selezionano ciò che conta, stabiliscono priorità e rendono alcune realtà più visibili di altre, contribuendo così a far apparire naturale un determinato ordine dello spazio.

Le meta-geografie digitali operano oggi secondo una logica analoga. Mappe di navigazione, sistemi di raccomandazione o piattaforme di gestione dei dati non obbligano formalmente all’azione, ma organizzano il contesto entro cui l’azione diventa pensabile. Indicando quali percorsi risultino più rapidi, quali contenuti più pertinenti o quali utenti più affidabili, trasformano criteri tecnici in orientamenti condivisi. Ciò che appare come semplice ottimizzazione finisce così per stabilizzare assetti spaziali e sociali che raramente vengono percepiti come esito di scelte progettuali, ma come il modo normale (e spesso inevitabile) in cui il mondo funziona.

Il nodo che emerge non riguarda dunque soltanto la regolazione delle tecnologie, ma la capacità collettiva di riconoscere i luoghi in cui il potere si sedimenta. Far emergere le infrastrutture che orientano comportamenti e aspettative significa restituire spazio alla possibilità di discuterle, modificarle e immaginarle diversamente.

Più che assistere alla fine della sovranità, ci troviamo davanti alla sua trasformazione in una forma diffusa e quotidiana, incorporata negli ambienti che attraversiamo ogni giorno. Comprenderla non equivale soltanto a proteggere diritti già acquisiti, ma a riconoscere che lo spazio contemporaneo continua a essere prodotto attraverso scelte e che proprio per questo può ancora essere discusso, negoziato e trasformato.

PAROLE CHIAVE: accountability / diritti fondamentali / Dispositivi socio-tecnici / Governance algoritmica / Piattaforme digitali / sovranità digitale

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