• Vicedirettrice del Progetto DIGEAT.

    Responsabile Rubrica Futura. Fede, valori, Etica Digitale

    Responsabile Sezione Digital Culture

    Avvocato, esperta nella protezione dei dati personali, sviluppa consulenza in favore di imprese e privati. Ha conseguito il Master di alta specializzazione in “Data Protection Officer” promosso da Euroconference (Centro studi forense) con il patrocinio di ANORC Professioni presso la sede di Roma. Titolare dello Studio Legale D'Iorio che fornisce assistenza nelle materie di diritto civile con particolare approfondimento per le tematiche patrimoniali e familiari. Lo Studio Legale D'Iorio ospita la sede di Castellamare di Stabia di Studio Legale Lisi.

Abstract

Il mondo sta cambiando volto e i suoi profili si sciolgono all’insegna di una “cultura” che non ha confini, che non abbraccia ma cancella. Il digitale è diventato per gli Stati una seconda pelle che ridisegna i confini della sovranità. In questo spazio emergono nuovi centri di potere privati dove piattaforme, architetture algoritmiche, infrastrutture digitali orientano economie, comportamenti e relazioni su scala planetaria. Il quadro che ne deriva mostra la crescente influenza che tutto questo produce sulle decisioni politiche dei Paesi, con il rischio che gli interessi dei più forti prevalgano sul bene comune. Su queste premesse, la certezza del diritto vacilla e la dignità della persona è in crescente pericolo di vedersi sopraffatta e schiacciata dentro modelli tecnici e logiche che non riconoscono pienamente il valore dell’umano. La trasformazione tecnologica contribuisce inoltre alla frammentazione delle comunità dissolvendo i confini tradizionali della convivenza sociale. In questo contesto, prima di esserne completamente travolti, occorre riappropriarsi della corretta chiave interpretativa che faccia ripensare ai rapporti tra Stati, popoli e individui, restituendo centralità alla persona all’interno di una globalizzazione che rischia altrimenti di generare nuove forme di esclusione. Alla luce della tradizione della dottrina sociale della Chiesa e dell’Enciclica Fratelli tutti, questo contributo propone una riflessione sulla crisi delle sovranità contemporanee e sull’arte di riscoprire le relazioni umane come incrocio tra culture. L’altro visto non come problema da gestire, ma come persona da incontrare. Una prospettiva che apre alla possibilità di una vera diplomazia della fraternità.

Quando la fraternità diventa politica

Fratres omnes, fratelli tutti. Così San Francesco si rivolgeva alla comunità dei suoi frati, ricordando loro che prima di ogni missione, prima di ogni parola, esisteva una relazione fondamentale: quella della fraternità.
Il 4 ottobre 2020, ci è stata consegnata la terza lettera enciclica a firma di Papa Francesco, Fratelli tutti, lo stesso giorno in cui il calendario della Chiesa ricorda il santo di Assisi. Non è per pura combinazione che questa pubblicazione sia avvenuta in una data emblematica quando il Pontefice di venerata memoria ha apposto la firma proprio sulla tomba del santo dell’ecologia e della pace, come sigillo con chi quell’enciclica l’aveva ispirata, nel valore della fratellanza, dell’amicizia sociale, della dignità umana, nella ecologia e cura della casa comune.

A cinque anni dalla Laudato si’, con un unico filo conduttore che non si interrompe e unisce un’opera di giustizia sociale all’altra, Fratelli tutti si presenta come un piano d’azione chiaro.

Strutturata in otto capitoli con 287 punti, per un totale di 123 pagine, affronta i temi più scottanti del lavoro, delle disuguaglianze, dei legami comunitari e culturali prendendo di mira anche il capitalismo predatorio e l’identità imposta da un globalismo a senso unico. “Le ombre di un mondo chiuso”, è il titolo significativo del primo capitolo che apre l’enciclica descrivendo alcune tendenze del mondo contemporaneo che ostacolano la costruzione di una fraternità universale e come molte conquiste sociali e politiche del passato rischino di essere messe in discussione da nuove forme di egoismo collettivo, nazionalismi aggressivi e perdita del senso di comunità:

“Aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”[1].

Oggi diventa centrale e importante la relazione tra gli uomini prima ancora dei contenuti, o almeno contemporaneamente ai contenuti, perché quella forma non è solo forma ma è sostanza di “fratellanza universale” intesa non nel suo sentimento più generico, ma come principio politico e culturale che invita a ripensare il rapporto tra sovranità, diritti e responsabilità globale.

Ai tempi in cui il santo scriveva o parlava alla comunità dei suoi frati ne abbracciava presto la fratellanza, quest’ultima intesa non nel riconoscimento dovuto per il mandato missionario che i frati avevano scelto, ma proprio come presupposto identitario di fratellanza universale. Era un invito al discernimento comunitario e rafforzava anche l’essere autenticamente a servizio degli altri, francescanamente inteso, come espressione che non riduce ma valorizza ciascuno nella complementarità. Questa fratellanza al presente può unire i territori fisici, senza lederne o sopprimerne i perimetri delle realtà in essere, estendendosi a tutti gli uomini appartenenti alla casa comune. Può rappresentare il sale di una nuova espressione di cittadinanza possibile.

 

Sovranità dello Stato e sovranità delle coscienze: verso una nuova convivenza

Nella crisi degli Stati-nazione la sfida non consiste più, semplicemente, nel difendere i confini, ma nel costruire nuove forme di convivenza che sappiano ri-coniugare identità e apertura, sovranità e cooperazione, sicurezza e dignità umana. Vanno respinte le nuove forme di egoismo collettivo favorite dal riemergere di nazionalismi chiusi e dalla progressiva perdita del senso di comunità.
La critica volge presto lo sguardo all’illusione della comunicazione digitale che sacrifica il rispetto verso l’altro: da una parte lo invade, dall’altra lo ignora favorendo attraverso i social un isolamento che ostacola le relazioni interpersonali autentiche e produce un pericoloso distacco dalla realtà.

Siamo vicini eppure non siamo fratelli di una stessa umanità, siamo iper-connessi ma lontanissimi. Sotto la parvenza della socialità si amplifica l’individualismo.

La lettera enciclica denuncia la “cultura dello scarto”, disapprova un sistema sociale in cui alcune categorie di persone vengono considerate marginali o sacrificabili. Potrebbero essere i poveri, gli anziani, i lavoratori meno garantiti e soprattutto i migranti. In questa chiave interpretativa, il fenomeno migratorio assume anche un valore simbolico. Il migrante non è soltanto una persona che attraversa un confine geografico, ma rappresenta il punto di frizione tra due dinamiche opposte della globalizzazione dove da un lato c’è l’apertura dei mercati e dei flussi economici e dall’altro la chiusura delle comunità politiche che faticano ad accogliere il movimento delle persone.

Ma in un mondo così disegnato, è possibile continuare a pensare la convivenza umana esclusivamente entro i confini dello Stato-nazione?

La risposta che l’enciclica offre non consiste nell’abolire le comunità politiche, ma nel riconoscere che la dignità della persona precede ogni appartenenza nazionale. La fraternità è posta a fondamento per orientare le relazioni tra individui e popoli in un mondo sempre più interconnesso.
In questa prospettiva assume particolare significato la parabola evangelica del buon samaritano, richiamata più volte nell’enciclica. Il samaritano che soccorre lo straniero ferito lungo la strada rappresenta l’immagine di una responsabilità che supera le barriere etniche, culturali e religiose.
Il messaggio è semplice ma di una straordinaria potenza dove l’altro non è definito dalla sua appartenenza, ma dalla sua vulnerabilità.
La gestione dei confini resta una competenza legittima degli Stati, ma non può prescindere dal riconoscimento della dignità umana di ogni persona. Le politiche migratorie devono quindi trovare un equilibrio tra sicurezza e solidarietà, tra responsabilità nazionale e cooperazione internazionale. Ma il contributo più originale dell’enciclica, che meglio sostiene i nodi degli altri argomenti, si esprime nel ruolo che occupa il dialogo tra culture. La pace e la convivenza non possono essere garantite esclusivamente dai trattati e dagli accordi politici ma vanno volute e costruite in modo profondo, capace di coinvolgere le tradizioni culturali e religiose dei popoli.

La diplomazia delle culture non sostituisce la diplomazia tradizionale, ma la integra. Se la diplomazia politica ha il compito di negoziare gli interessi tra Stati, la diplomazia culturale e interculturale lavora sulle condizioni profonde della convivenza per superare la logica della contrapposizione.

Non si tratta di un ideale astratto, ma di un principio da porre alla base delle scelte collettive in modo che “oltre gli Stati” non voglia dire negare il valore delle comunità politiche, ma riconoscere che le sfide globali – dalle migrazioni alla crisi ambientale, dalle disuguaglianze economiche alla governance tecnologica – richiedono una visione più ampia della convivenza umana.

 

Conclusioni: la cultura dell’incontro nel diritto di abitare il mondo

E ciò che oggi accade ai migranti di perdere i confini politici, in maniera diversa accade a qualunque altro cittadino digitale costantemente a rischio di smarrire i confini più interiori e intimi dell’umano. Tra queste due fragilità emerge la stessa domanda: quale cittadinanza resta possibile per l’uomo nel mondo globale? Forse proprio quella indicata dalla fraternità, capace di riconoscere nell’altro non uno straniero, ma un compagno di viaggio nella stessa casa comune.

E allora il significato di “aprirsi al mondo” della lettera enciclica Fratelli tutti da esortazione diventa esperienza vissuta e condivisa.

Gli insegnamenti di impronta francescana ci riconducono ad un’unica terra che è “casa comune”, luogo e bene di condivisione, dove siamo ospiti e non padroni sbarrati a difesa dietro cortine di ferro.
Su tali premesse, facciamo memoria della visita di San Francesco al Sultano d’Egitto, Malik al-Kāmil, un evento del 1219 che ha fatto discutere tanto e per secoli con la sovrapposizione di narrazioni diverse succedutesi nel tentativo di comprendere appieno la natura e il significato di quel gesto singolare e inedito per la cultura del tempo. A parere di molti, il più straordinario gesto di pace nella storia del dialogo fra Cristianesimo e Islam avvenuto durante il corso della quinta Crociata. Il frate dell’umiltà e della pace, in pieno clima di guerra, salì con i suoi confratelli su una barca di militari e mercanti e raggiunse il nord della Palestina con l’intenzione di incontrare il Sultano d’Egitto. L’incontro avvenne e il Sultano – contro il parere dei suoi dignitari e spiazzato dal potere della parola del Serafico Padre – accolse i frati con benevolenza, offrendo loro ospitalità e preziosi doni, sebbene rifiutati in omaggio al voto di povertà.

Francesco non era andato a fare una lezione, a parlare di differenze religiose ma aveva sottolineato e abbracciato la fratellanza con il diverso da sé. Questo spirito di fraternità lo rendeva un uomo libero da ogni possibile timore dell’incontro.

Tale avvenimento è diventato un simbolo storico del dialogo interreligioso, di rispetto reciproco e incontro tra Cristianesimo e Islam, evento celebrato come un modello di pace.
E così come il santo poverello era andato dal Sultano d’Egitto per promuovere la pace, allo stesso modo e per imitazione di quel gesto potente, Papa Francesco, come primo Papa nella storia, ha scelto di visitare la penisola arabica aprendosi al dialogo interreligioso mosso dallo stesso spirito di fratellanza per fare l’incontro con il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al Nahyan.
Il viaggio, che poi ha sollecitato l’impegno profuso nella stesura dell’Enciclica Fratelli tutti, ha rappresentato il rifiuto dello scontro tra civiltà diverse e si è rivelato come opportunità di costruzione grazie alla cultura del dialogo pienamente realizzata e perfezionata con la firma del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, atto conosciuto anche come documento di Abu Dhabi.
Alla luce della testimonianza e della più recente esperienza, questa fraternità intesa come fratellanza sulla terra, senza perimetri e confini, oggi si pone su una linea più alta che, attualizzata e modificata dal progredire della storia e della cultura glocale, si snoda nel tempo per attraversare la convinzione che non si debba rinunciare a cercare un dialogo con l’altro, anche quando apparenti differenze sembrano scoraggiare la possibilità di un incontro.

Anche quando la violenza e la guerra sembrano, con il loro clamore, coprire la possibilità di un’alternativa concreta.


NOTE

[1] LETTERA ENCICLICA FRATELLI TUTTI DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLA FRATERNITÀ E L’AMICIZIA SOCIALE, Capitolo I, pag. 4, punto 12. Consultabile qui.

Indice

PAROLE CHIAVE: cittadinanza / dignità / diplomazia / enciclica / francescano / fraternità / incontro / relazione

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