Lato A – Dall’Uomo alla Macchina
Non credo nelle Costituzioni delle cose.
Non credo nella “Costituzione di Internet” o nella “Costituzione dell’Intelligenza Artificiale”.
La ruota non ebbe una Costituzione, né il martello, e l’IA, per quanto stupefacente, resta uno strumento. La sua soggettivazione è un abbaglio teorico che produce cattive pratiche e sposta lo sguardo dall’accountability degli attori alle “virtù” della macchina.
Il cuore dei problemi del mondo digitale che stiamo vivendo va ricercato altrove e, cioè, nel tentativo di regolare con categorie nazionali ciò che nasce intimamente a‑nazionale. L’internet, il web e, oggi, le IA generative e agentiche si muovono in uno spazio ontologicamente internazionale, dove policy, standard, piattaforme e protocolli sono le nuove dogane invisibili. Qui si decide che cosa è visibile, accessibile, vero o rimovibile. Ed è qui che la sovranità si è ricollocata: meno confini e più standard, meno codici e più interfacce, meno Stati e più Padroni di un mondo senza confini. La tecnica fa politica quando fissa i requisiti di quel mondo: lo vediamo nei tavoli ISO/CEN/UNI, dove un shall o uno should spostano costi, controlli e architetture, con effetti diretti sulla fiducia e sulle prove che sostengono i nostri diritti digitali.
Non è però solo una questione di poteri che cambiano pelle. È anche una questione di garanzie che si sfilacciano. L’ipertrofia normativa europea — spesso benintenzionata — rischia di rendere fragili proprio le tutele che promette: rincorre il dettaglio, moltiplica gli adempimenti, delega troppo alla burocrazia ciò che dovrebbe reggere su astrazione, sintesi e sistematicità. Penso alla nostra recente stagione regolatoria: dal perimetro dei sistemi ad alto rischio nell’AI Act alla nuova portabilità del Data Act; passi avanti, sì, ma anche strati di regolazione su strati normativi che faticano a trasformarsi in tutele esigibili per i cittadini e in responsabilità chiare per gli operatori.
Nel frattempo, la realtà corre più veloce.
Le IA generative e agentiche promettono straordinarie evoluzioni nello studio, nel lavoro, nella cura. Ma conosciamo già la loro ombra: disinformazione sintetica, profilazioni invasive, lavori sostituiti frettolosamente, decisioni opache che incidono su credito, salute, accesso ai servizi. La tecnologia non è un argine in sé; l’etica non basta come scialuppa di salvataggio. Occorrono regole che vivono nei processi: logging minimo garantito, tracciabilità dei modelli, explainability proporzionata all’impatto, red teaming, responsabilità di filiera tra chi sviluppa, integra, vende e opera i sistemi.
Ed è indispensabile che queste regole non si fermino ai confini.
Se guardo all’Europa, vedo una direzione giusta, ma – appunto – ipertrofica. Lo sforzo andrebbe portato sopra: su piani realmente internazionali, con strumenti più sintetici e sistematici, capaci di valere ovunque e a lungo, perché scritti per principi e non per inseguire ogni release. Gli standard sono già, in parte, rappresentazione di questo linguaggio comune, purché vengano in qualche modo “costituzionalizzati”: diritti, prova e rimedi dentro protocolli, API e contratti, e non in appendice.
C’è poi un’altra frattura che dobbiamo guardare in faccia. In Italia meno della metà della popolazione 16–74 anni possiede competenze digitali almeno di base; e l’uso effettivo dei servizi di e‑government resta ben sotto la media europea. In queste condizioni il “diritto di cittadinanza digitale” rischia di trasformarsi in obbligo di cittadinanza digitale e, per molti, in barriera. Il paradosso è evidente: digitalizziamo per semplificare, ma senza accompagnare le persone l’accesso si complica.
Servono semplificazioni vere, servizi nativamente digitali (non ibridi), formazione continua (anche su IA), trasparenza di qualità.
C’è infine una trappola filosofica che questo numero della nostra Rivista ci invita a evitare: il vitalismo dei bit.
I dati non “pensano” da soli, e gli algoritmi non sono varchi sul reale. Sono prodotti fenomeno-tecnici dentro catene socio‑tecniche; la loro “verità” non sta nella magia della computazione, ma nella qualità delle mediazioni – misure, modelli, documentazione, versioni, controlli – che li rendono ispezionabili e contestabili. Per questo, oltre alla sicurezza, dovremmo pretendere provenienza, versionamento, pluralismo istituzionale e possibilità di contro‑iscrizioni. È un realismo delle pratiche, non dei feticci.
Ma, se lo spazio è a‑nazionale, dove ancoriamo i diritti?
La risposta non è una “Costituzione dell’IA” o una “Costituzione di Internet”, come ci siamo detti all’inizio. Se proprio dobbiamo riscoprire la parola Costituzione, non la daremo alle macchine: la daremo all’umanità, e la scriveremo anche per il digitale. Penso a una Costituzione della Terra (in digitale), ispirata alla visione di Luigi Ferrajoli: non un totem, ma un patto di garanzia che istituisca limiti e funzioni globali di tutela – pace, ambiente, diritti fondamentali – e che, nel suo capitolo digitale, costituzionalizzi beni comuni informazionali, standard di accountability, tracciabilità e prova, interoperabilità e portabilità, diritto all’accesso e alla contestazione delle inferenze. Una carta universale che sia in grado di contenere gli eccessi dei poteri (pubblici e privati) e metta in comune gli strumenti per governare ciò che accade oltre i confini nazionali.
I dati non sono oracoli, e gli algoritmi non sono varchi sull’assoluto: sono mediazioni. La mia “Costituzione della Terra (in digitale)” non promette magie: pretende ispezionabilità, provenienza, versionamento, audit indipendenti, pluralismo dei garanti e possibilità di contro‑iscrizioni. Solo così le nostre regole saranno verificabili, contestabili e responsabili, quindi, esigibili.
In altre parole: meno metafisica dei bit, più realismo delle pratiche.
La direzione è tracciata: cornici universali sopra, standard costituzionalizzati dentro, servizi nativamente digitali accanto alle persone. È un lavoro di astrazione, sintesi e lentezza, la sola in grado di far comprendere e di far durare nel tempo.
E la battuta finale che mi concedo?
L’importante è che almeno la Costituzione della Terra (in digitale) nasca da vera concertazione, non da appunti scritti da pochi e poi solo approvati da popoli sonnecchianti e anestetizzati… come purtroppo accade anche in Italia quando veniamo chiamati a interessarci di qualcosa in referendum solo “confermativi” o “oppositivi”.
Il 22 e 23 marzo andremo comunque alle urne: che non sia l’ennesimo “clic su Accetta”, ma un promemoria del mondo che vogliamo costruire insieme.
Lato B – Dalla Macchina all’Uomo
Ciò che avete appena letto nel “lato A” di queste Conclusioni non l’ho scritto io. O almeno non solo io o non direttamente io o non io nel mio stato più cosciente, lento e meditato.
Ho dato in pasto a Copilot il titolo del nuovo numero della nostra Rivista, alcuni miei post su Linkedin, un paio di mie conclusioni di numeri passati, quindi, alcuni articoli che sarebbero comparsi in questo nuovo numero che state sfogliando tra i bit. E poi ho chiesto alla “macchina” di realizzare delle conclusioni visionarie, nel mio stile, per il nuovo numero.
Il risultato è ciò che avete appena letto.
Dopo aver visionato il “mio” contributo propostomi da Copilot, ho scritto un prompt con la richiesta di chiarirmi le fonti di alcuni passaggi sotto forma di note ed ecco ciò che mi ha restituito:
Non credo nelle Costituzioni delle cose…¹
Regoliamo con categorie nazionali ciò che nasce a‑nazionale, come mostrato anche nei lavori di Maugeri sui tavoli ISO/CEN/UNI.²
L’ipertrofia normativa europea appare evidente nelle analisi su AI Act e Data Act.³
Il divario di competenze digitali è descritto nell’articolo di Gentile.⁴
La critica al ‘vitalismo dei bit’ riprende Somma.⁵
La visione di una Costituzione della Terra digitale è ispirata a Ferrajoli.⁶
Il riferimento al referendum del 22–23 marzo è tratto dalle fonti ufficiali.⁷
NOTE
¹ Riflessione dall’intervento LinkedIn dell’autore (ndr. che sarei io).
² Si veda l’articolo di Aldo Maugeri sulla normazione internazionale. citeturn8search3
³ Riferimenti a contributi su AI Act e Data Act. citeturn7search3turn8search1
⁴ Analisi sul DESI e gap digitale in Gentile. citeturn9search1
⁵ Critica al vitalismo dei dati in Somma. citeturn9search2
⁶ Visione della Costituzione della Terra in Ferrajoli. citeturn6search36turn6search37
⁷ Informazioni sul referendum 22–23 marzo. citeturn4search19turn4search27
Tutto chiaro?
Solo in parte, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, dal punto di vista della spiegabilità di ciò che è stato prodotto. Probabilmente risultati migliori sarebbero ottenibili attraverso prompt più precisi.
Ma chiediamoci anche: queste conclusioni per il nuovo numero sono perfette? Possono definirsi “mie”? O sono anche degli altri autori coinvolti, senza mia specifica autorizzazione?
Non è ovvio rispondere a queste domande, ma neppure impossibile. Ci vuole sforzo ermeneutico, senza pregiudizi e con una forte apertura all’analogia e alla logica visionaria.
Leggendo tra i dettagli del contributo propostomi da Copilot è ancora riconoscibile la manipolazione. Alcuni passaggi non sono ben collegati logicamente e l’utilizzo di punteggiatura, di ripetizioni, di aggettivi ribaditi e ostentati per affabulare è tipico dei LLMs.
Ma il risultato finale, comunque, con qualche mia ulteriore e minima “aggiustatina”, avrebbe potuto benissimo trarre in inganno un lettore svogliato (e forse non solo quello).
Il mondo sempre di più sarà contaminato da modelli generativi e agentici che si affiancheranno a noi, sostituendoci in numerosissime attività.
Sempre di più e inesorabilmente si completerà il passaggio dalla macchina all’uomo, o forse si è già in gran parte completato. Tanto che adesso dobbiamo ritrovare il bandolo di una nostra dimensione umana.
La vera rivoluzione oggi è un agere pienamente umano.
Se guardiamo alle contrapposizioni sui social, magari facendo proprio riferimento ai dibattiti sul referendum che caratterizzano questi giorni, non possiamo non chiederci quanto sia stato realmente scritto dai vari profili del SÌ o del NO, sempre ammesso che quei profili non siano già profili “fake” (o perché si tratta di semplici bot o anche di profili più complessi generati da IA).
E si può davvero definire “fake” un profilo IA?
Ci attendono moltissime domande nel nostro prossimo futuro digitale e le risposte saranno ricche e affascinanti, se saranno capaci di nutrirsi di umanità coadiuvata da strumenti IT sempre più efficaci ed efficienti.
L’importante sarà non delegare tutto di noi umani in questa evoluzione e mantenere così il controllo creativo e complice che (forse) ci rende davvero non totalmente replicabili.
Un giorno un tipo strano bussò alla nostra porta: un omino buffo, ve lo dico, alto a malapena due fiammiferi. Portava una borsa più grande di lui. “Ho delle macchine da vendere”, disse, “Ecco, questa è una macchina per i compiti. Premi il pulsante rosso per risolvere i problemi, il pulsante giallo per scrivere i temi, il pulsante verde per imparare la geografia: la macchina fa tutto da sola in un minuto.”
“Comprala per me, papà!” dissi. “Va bene, quanto vuoi?” “Non voglio soldi”, disse l’omino, “ma in cambio della macchina voglio il cervello di tuo figlio.”
“Sei pazzo!” esclamò papà. “Senta, signore”, disse l’omino, sorridendo. “Se la macchina fa i compiti, a cosa serve il suo cervello?”
“Comprami la macchina, papà!” implorai. “Cosa ci faccio con il suo cervello?” Papà mi guardò per un momento e poi disse: “Va bene, prendi il suo cervello.”
L’omino prese il mio cervello e lo mise in una piccola borsa. Come ero leggero, senza cervello! Così leggero che iniziai a volare per la stanza, e se papà non mi avesse preso in tempo, sarei volato fuori dalla finestra.
“Dovrà essere rinchiuso in gabbia”, disse l’omino. “Ma perché?” chiese papà.
“Non ha più cervello, ecco perché. Se lo lasci vagare in giro, volerà nel bosco come un uccellino, e in pochi giorni morirà di fame!”
Papà mi rinchiuse in una gabbia, come un canarino. La gabbia era piccola e stretta, non potevo muovermi. Le sbarre mi stringevano così forte che… alla fine, mi svegliai spaventato.
Grazie al cielo era solo un sogno!
Vi assicuro, ho subito iniziato a fare i compiti.
Gianni Rodari, “La macchina per fare i compiti”, 1973

*Days of Future Passed è il titolo del secondo, intenso album ufficiale dei The Moody Blues, realizzato nel 1967. Inoltre, “X-Men: Days of Future Past” è un film del 2014 diretto da Bryan Singer. È il quinto film sul gruppo degli X-Men e il settimo della serie di film X-Men.
PAROLE CHIAVE: distopia / futuro / giorni di un futuro passato / IA / macchina / uomo
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