Abstract
La digitalizzazione ha trasformato la sorveglianza da fenomeno marginale a forza che rimodella profondamente le dinamiche sociali, culturali ed economiche. Il capitalismo della sorveglianza ha fatto dei dati una risorsa fondamentale, con il Data Bridge che collega identità fisiche e digitali, creando spazi ibridi dove i confini tra pubblico e privato, reale e virtuale, diventano permeabili. La sorveglianza urbana è uno strumento che serve il mercato dei comportamenti, foraggiato dal capitalismo della sorveglianza. Sempre più invisibile e pervasivo, il controllo e l’acquisizione di dati comportamentali si è inserito anche nei paesaggi urbani, portando a una spettacolarizzazione della sicurezza in cui tecnologie di controllo, come telecamere e sensori, normalizzano il monitoraggio costante. Questo nuovo ordine spaziale, alimentato dal mercato dei comportamenti, frammenta la società, limitando la libertà individuale e aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza. La biopolitica contemporanea si manifesta in questa dinamica, dove il controllo dei corpi diventa invisibile ma onnipresente tramite una presenza massiccia dei dispositivi di sorveglianza negli spazi pubblici. In futuro, sarà cruciale bilanciare sicurezza e diritti civili, evitando che la sorveglianza minacci la libertà e la privacy.
Introduzione
Nel panorama mondiale, caratterizzato da una pervasiva digitalizzazione, la sorveglianza è emersa come una forza trasformativa che rimodella in profondità le nostre società, i nostri spazi e le nostre interazioni. L’avvento del capitalismo della sorveglianza, portato alla ribalta dal corposo lavoro di Shoshana Zuboff, ha segnato una svolta epocale, in cui i dati non sono più semplici informazioni, ma si trasformano in un nuovo tipo di capitale, una risorsa che alimenta un ciclo continuo di monitoraggio, manipolazione e mercificazione delle esperienze umane.
In questo contesto, si sviluppa il Data Bridge, un ponte invisibile che collega l’identità fisica all’identità digitale, creando un territorio ibrido in cui i confini tra vita privata e pubblica, reale e virtuale, diventano sempre più sfumati e permeabili. È l’irreale concretezza del cyberplace, uno spazio interstiziale in cui si fondono identità, emozioni, comportamenti umani e mercati.
Osservata in termini spaziali, la digitalizzazione ha portato a una riconfigurazione territoriale, dove le digital geographies mediano e amplificano la produzione dello spazio, delineando questo cyberplace in cui si manifestano le relazioni tra persone e luoghi. Nel cyberplace, lo spazio va oltre la sua dimensione fisica per includere quella digitale e, in questa somma di dimensioni, i dati costituiscono una risorsa primaria attraverso cui si organizza il potere.
Nel capitalismo della sorveglianza, infatti, i dati alimentano le dinamiche di potere. La raccolta, l’analisi e l’utilizzo dei dati personali e comportamentali sono al centro di questo sistema, con i dati trasformati in un nuovo tipo di capitale, le tecnologie digitali diventano centri di controllo, attraverso cui i dati relativi alla (im)produttività vengono accumulati, analizzati e riutilizzati.
Come ha potuto, la digitalizzazione, ridefinire la territorialità, trasformando spazi pubblici e privati e contribuendo alla nascita di un nuovo ordine spaziale che integra dimensioni fisiche e virtuali e usurpa i nostri dati vitali e comportamentali anche tramite un’incontrollabile sorveglianza urbana?
Nel contesto appena delineato, caratterizzato da spazi complessi all’incrocio tra reale e virtuale, e dalla permeabilità delle tecnologie digitali, la sorveglianza ha subito una trasformazione radicale, mutando da fenomeno marginale a forza che plasma le dinamiche sociali, culturali ed economiche, esercitando un potere biopolitico inedito e smisurato. La sorveglianza, un tempo limitata a sistemi di controllo fisico come telecamere o forze di polizia visibili, si è evoluta in un meccanismo invisibile che interferisce silente con le identità reali, ridisegnando modi di vivere e interagire. La combinazione tra capitalismo della sorveglianza e digitalizzazione ha fatto sì che i dati diventassero una risorsa fondamentale, pertanto, la loro raccolta e il loro stoccaggio sono diventati una parte essenziale del cosiddetto mercato dei comportamenti. Le tecnologie digitali, sempre più raffinate, sono massicciamente asservite alla raccolta di preziosissimi dati comportamentali, tramite sistemi di controllo sempre più precisi che stanno ormai ridisegnando spazi pubblici e privati, e portano inesorabilmente alla normalizzazione della sorveglianza come pratica sociale tanto accettata quanto invisibile e invadente.
La Trasformazione dei Paesaggi Urbani
La digitalizzazione e la sorveglianza stanno cambiando radicalmente il paesaggio urbano.
In passato, gli spazi urbani erano pensati come luoghi fisici, dove il controllo si esercitava attraverso la presenza fisica di agenti di sicurezza o attraverso misure visibili, come recinzioni e segnaletiche. Oggi, grazie alla digitalizzazione, questo controllo è diventato invisibile e pervasivo. La sorveglianza digitale è dappertutto: telecamere, sensori, dati raccolti dai dispositivi mobili e dalle piattaforme online.
Questi strumenti creano nuove forme di controllo che si sovrappongono e trasformano i tradizionali paesaggi urbani, creando spazi non solo fisici, ma anche digitali, che mutano l’interazione umana con l’ambiente circostante.
L’urbanizzazione tecnologica non è solo una questione di adattamento dell’infrastruttura urbana o di adattamento della qualità della vita; è anche un veicolo attraverso cui la sorveglianza diventa parte integrante della progettazione dei luoghi, trasformando le città in spazi sorvegliati, in cui la presenza di tecnologie di controllo non è solo funzionale, ma ha anche una valenza estetica. Questo fenomeno di spettacolarizzazione della sicurezza, dove la visibilità delle telecamere e dei sensori non è solo un fattore di protezione, ma una parte integrante del paesaggio urbano, porta fatalmente a una normalizzazione della sorveglianza.
Il paesaggio securizzato
Il paesaggio securizzato si caratterizza come un ambiente in cui la sicurezza non solo si manifesta come una risposta alla percezione di minaccia, ma come un fenomeno che produce paura, panico, terrore, nevrosi. Paradossalmente, mentre la sicurezza è vista come un meccanismo di protezione, spesso finisce per creare nuove insicurezze, generando un ambiente intrinsecamente instabile. Questo fenomeno è alimentato dalla crescente sorveglianza negli spazi pubblici, che gioca un ruolo fondamentale nel controllare, disciplinare e stratificare la società, frammentando gli spazi in altri spazi più ristretti, incorniciati dal grado di visibilità e intrusione delle telecamere.
La segregazione delle persone e la limitazione delle loro opportunità di vita sono il risultato di un sistema di monitoraggio continuo che non solo gestisce la sicurezza, ma esclude e isola, intensificando le disuguaglianze sociali.
In questo contesto, i paesaggi securizzati sono descritti nella letteratura scientifica facendo ricorso a una serie di metafore evocative che ne catturano la natura: interdittori, crostosi, nervosi, furtivi e pungenti. Questi termini suggeriscono ambienti sociali dove il controllo è palpabile e incombente, ma dove la società sorvegliata diventa sempre più frammentata e impalpabile, poiché le relazioni umane sono mediate da barriere fisiche, dissuasori e corpi indistinti.
Gli spazi di socializzazione sono ridotti, e ciò che è visibile è solo l’infrastruttura fisica della sorveglianza: telecamere, sensori e barriere che non solo regolano il movimento, ma modellano il comportamento, creando un’atmosfera di costante vigilanza. La crescente securitizzazione delle città è messa in opera tramite interventi mirati che trasformano l’ambiente urbano in un luogo sempre più monitorato e protetto.
Secondo Coaffee e Fussey, la trasformazione delle città in spazi più securizzati si concretizza in quattro principali interventi: la crescita della sorveglianza elettronica negli spazi pubblici e semi-pubblici, l’aumento dell’uso di confini fisici e simbolici, l’elevata sofisticazione e il costo dei sistemi di sicurezza e pianificazione delle emergenze e, infine, l’incorporazione della resilienza nell’architettura urbana attraverso design e interventi architettonici.
Questi cambiamenti architettonici e urbanistici riflettono l’approccio sempre più centralizzato e costoso nella gestione della sicurezza, dove gli spazi pubblici si trasformano in luoghi di sorveglianza continua, in cui la percezione di sicurezza è costantemente alimentata da interventi visibili e invisibili.
In definitiva, la società sorvegliata non fa solo riferimento ai luoghi del monitoraggio, ma si riferisce anche ad un contesto in cui il controllo sociale è strutturato e stratificato attraverso l’intervento architettonico e la creazione di barriere fisiche e simboliche.
La città securizzata diventa uno spazio dove la libertà individuale è limitata dalla pervasività della sorveglianza, che non solo impone un controllo, ma modella e normalizza i comportamenti attraverso la spettacolarizzazione della sicurezza. In questo scenario, l’inclusione e l’esclusione si intrecciano, costruendo una geografia sociale dove chi è visibile e controllato può sentirsi protetto, mentre chi è invisibile e marginalizzato resta escluso.
La sorveglianza come costruzione estetica
Un altro aspetto cruciale del fenomeno della sorveglianza moderna è che essa non si limita a essere una mera questione di raccolta di dati o di tecnologie invasive, ma assume anche una dimensione estetica. Le telecamere, i sensori e altri strumenti di controllo che invadono i luoghi pubblici non solo svolgono una funzione di monitoraggio, ma modificano la nostra esperienza visiva e comportamentale dello spazio.
La visibilità dei sistemi di sorveglianza (telecamere, sensori, sistemi di riconoscimento facciale) aumenta la nostra consapevolezza di essere osservati, creando anche una tensione tra libertà e controllo, ma ce lo aveva già insegnato Foucault, in Sorvegliare e Punire, che i corpi sorvegliati diventano accondiscendenti. La sorveglianza inserita come elemento del paesaggio urbano agisce come una costruzione estetica che normalizza il controllo, rendendo invisibile l’influenza che esercita sui nostri comportamenti. La visibilità delle telecamere e dei sensori diventa così una rappresentazione di come la biopolitica (anche questo è un concetto caro a Michel Foucault) si alimenti del controllo costante e della manipolazione dei corpi umani.
In questi paesaggi securitati, la biopolitica si manifesta attraverso l’infrastruttura della sorveglianza che, attraverso l’invisibile controllo dei corpi, cerca di assorbire e acquisire il comportamento degli individui.
La sorveglianza non è quindi solo una tecnica di sicurezza, ma anche un meccanismo per creare consenso e acquiescenza, proprio come nel panopticon, una struttura di sorveglianza che induce gli individui ad autocontrollarsi sapendo di essere costantemente osservati.
Conclusione: la sorveglianza come potere invisibile
Per tirare le somme di questa brevissima disamina, la sorveglianza digitale sta creando una nuova geografia del potere, dove il controllo non è più esercitato tramite la forza fisica o visibile, ma attraverso la raccolta e l’analisi dei dati. La città, il nostro spazio privato e persino la nostra identità sono sempre più mediati dal digitale, creando un territorio ibrido e permeabile.
La digitalizzazione ha innescato un cambiamento radicale nella nostra concezione dello spazio e della territorialità. Il concetto di geografia digitale ha ampliato i confini tradizionali del territorio, creando un nuovo ordine spaziale in cui il controllo, la sorveglianza e la gestione dei dati giocano un ruolo centrale.
La crescente pervasività della sorveglianza e la securitizzazione degli spazi hanno profondamente alterato il nostro rapporto con il territorio, modificando la nostra percezione degli spazi pubblici e privati. Mentre, da un lato, la digitalizzazione offre nuove possibilità di connessione e innovazione, dall’altro rischia di compromettere la libertà individuale e la qualità della vita nelle città.
In futuro, sarà fondamentale riflettere sui modi in cui le tecnologie digitali possono essere utilizzate per creare spazi più inclusivi e democratici, senza sacrificare il diritto alla privacy e alla libertà. La sfida per le società contemporanee sarà quella di conciliare le esigenze di sicurezza e controllo con il rispetto dei diritti civili e la preservazione della vivibilità degli spazi pubblici.
La visibilità delle tecnologie di sorveglianza contribuisce a normalizzare il controllo, trasformando gli spazi in ambienti sempre più spettacolari e securizzati. Questa spettacolarizzazione non è solo un elemento estetico, ma una forma di estetizzazione della sorveglianza che plasma le interazioni quotidiane con lo spazio e modifica il nostro comportamento. La presenza massiccia di telecamere, sensori e altre tecnologie di monitoraggio non solo ci rende consapevoli di essere osservati, ma induce un cambiamento nei nostri comportamenti, sfumando i confini tra libertà e controllo. La sicurezza diventa un valore preminente a scapito della qualità della vita e della libertà individuale, facendo emergere una dicotomia tra sicurezza apparente e la perdita di spazi di autonomia.
Il concetto di mercato dei comportamenti amplifica ulteriormente questa dinamica, trasformando la nostra esistenza quotidiana in una fonte di dati e merci. Le pratiche sociali e personali vengono monitorate, catalogate e riutilizzate per fini economici, creando un sistema di controllo che normalizza le scelte e orienta i comportamenti secondo logiche di mercato. In questo contesto, la sorveglianza non è più un semplice strumento di monitoraggio, ma diventa il motore di un circuito che orienta la vita quotidiana, da quella privata a quella pubblica.
Il corpo umano, inteso come il portatore dell’identità, diventa un bersaglio continuo di monitoraggio, tracciamento e manipolazione, immerso in un campo politico che minaccia l’autonomia e la privacy. Questo fenomeno di biopotere ci riporta ineluttabilmente a Foucault, alla politica che controlla i corpi.
In un simile contesto, è fondamentale superare il determinismo tecnologico, che considera le tecnologie come strumenti neutrali, privi di implicazioni politiche e sociali. Riconoscere il ruolo delle tecnologie digitali nella sorveglianza e nella costruzione e riproduzione di rapporti di potere è essenziale per sviluppare una comprensione critica delle loro implicazioni. Le tecnologie non sono oggetti autonomi, ma dispositivi che possono essere utilizzati per rafforzare dinamiche di sorveglianza e controllo.
Solo attraverso una maggiore consapevolezza dei rischi associati alla sorveglianza e con un approccio critico nei confronti delle tecnologie, sarà possibile promuovere un futuro in cui l’autonomia individuale e i diritti civili siano rispettati, e dove la libertà di ciascuno non venga sacrificata in nome di un controllo che non lascia spazio alla critica e alla partecipazione.
PAROLE CHIAVE: biopolitica / capitalismo della sorveglianza / spazio pubblico / spettacolarizzazione della sicurezza
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