• Geografa, Professoressa Associata presso Università degli Studi dell'Insubria (sede di Como), ha lavorato presso numerosi atenei italiani e internazionali. I suoi campi di ricerca sono il turismo critico; le relazioni tra place, cyberspace e cyberplace; le geografie della comunicazione e la relazione tra giustizia spaziale e atto performativo.

Abstract

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il territorio è sempre più coinvolto in processi di produzione simbolica che ne ridefiniscono visibilità, immaginari e pratiche. L’articolo analizza come le rappresentazioni territoriali contemporanee si collochino all’interno di una tensione tra processi di mondializzazione e nuovi localismi, evidenziando il ruolo delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale nella selezione, rielaborazione e stabilizzazione delle immagini dei luoghi. A partire dalla distinzione tra scrittura locale, radicata nell’esperienza situata, e sovrascrittura sovralocale, prodotta dalla circolazione e dalla generazione automatizzata dei contenuti, il contributo esplora la produzione di territori digitali astratti dal vissuto ma dotati di effetti materiali. Attraverso i concetti di cyberplace, iperrealtà, staged authenticity ed egemonia visiva, l’articolo mette in luce come l’estetizzazione estrema dell’esperienza territoriale operi come dispositivo semantico, contribuendo alla formazione di simulacri e alla riproduzione di rapporti di potere nello spazio della rappresentazione. In conclusione, il contributo propone una riflessione teorico-concettuale sulla possibilità di invertire tali dinamiche, introducendo la nozione di poetica della rappresentazione come orizzonte critico per ripensare il rapporto tra comunicazione digitale, territorio e responsabilità della narrazione.

Territorio, intelligenza artificiale e la tensione tra globalismo e nuovi localismi

Il territorio, nell’era dell’intelligenza artificiale, non è più soltanto uno spazio da descrivere, interpretare o raccontare. È diventato un oggetto continuamente prodotto, riscritto e performato attraverso immagini, dati e narrazioni generate e rielaborate da sistemi digitali sempre più autonomi. In questo scenario, la rappresentazione non segue più il territorio: spesso lo precede, talvolta lo orienta e, non di rado, finisce per sostituirlo. Comprendere il rapporto tra intelligenza artificiale e territorio significa, quindi, interrogarsi su una trasformazione profonda dei meccanismi attraverso cui i luoghi acquistano senso, valore e visibilità nel mondo contemporaneo.

L’intelligenza artificiale opera come un dispositivo culturale che interviene direttamente nella costruzione dell’immaginario territoriale. Algoritmi di selezione, sistemi di raccomandazione e modelli di generazione automatica dei contenuti non si limitano a organizzare informazioni preesistenti, ma partecipano attivamente alla definizione di ciò che è degno di essere visto, condiviso e ricordato.

Il territorio entra così in un circuito di produzione simbolica in cui l’esperienza vissuta e la sua rappresentazione digitale iniziano a sovrapporsi, fino a diventare, in molti casi, difficili da distinguere.

All’interno di questo quadro si manifesta una tensione strutturale tra processi di mondializzazione, legati alla circolazione transnazionale delle immagini e delle narrazioni, e l’emergere di nuovi localismi, spesso costruiti attraverso pratiche di messa in scena mediatica di luoghi marginali, periferici o precedentemente invisibili. Lungi dall’essere dinamiche contrapposte, queste tendenze si alimentano reciprocamente: la visibilità sovralocale del territorio si fonda su una selezione di tratti locali resi leggibili e riconoscibili per uno sguardo esterno.

Questa apparente contraddizione segnala, in realtà, una riconfigurazione profonda del rapporto tra scala globale e scala locale, oggi intrecciate in modo inestricabile.

L’intelligenza artificiale agisce come acceleratore di tali dinamiche, selezionando, amplificando e standardizzando alcune rappresentazioni territoriali rispetto ad altre. Le gerarchie di visibilità che ne derivano non sono neutre, ma rispondono a logiche estetiche, emozionali e performative che tendono a semplificare la complessità dei luoghi e a privilegiare immagini facilmente riconoscibili e replicabili. In questo senso, la promessa di una visibilità diffusa e democratica si accompagna alla produzione di nuove egemonie dello sguardo.

Il territorio si configura così come un campo di negoziazione simbolica in cui l’esperienza locale è costantemente filtrata e rielaborata da narrazioni sovralocali. Le immagini che circolano online non si limitano a rappresentare i luoghi, ma ne anticipano l’esperienza, orientano le aspettative e incidono sulle pratiche spaziali, dalle mobilità turistiche alle politiche di valorizzazione urbana.

Il rischio è che il territorio venga progressivamente ridotto a una sequenza di tratti iconici, diventando un oggetto estetico prima ancora che un contesto vissuto.

 

Scrittura locale e sovrascrittura sovralocale dei territori

Per comprendere i processi attraverso cui l’intelligenza artificiale interviene nella costruzione degli immaginari territoriali, è utile distinguere tra pratiche di scrittura locale e dinamiche di sovrascrittura sovralocale. Questa distinzione consente di mettere in luce non solo le modalità di produzione dei contenuti territoriali, ma anche le asimmetrie che caratterizzano la loro circolazione e rielaborazione nello spazio digitale.

La scrittura locale si radica nell’esperienza situata dei luoghi. Essa prende forma dall’incontro diretto tra soggetti e territori, attraverso pratiche quotidiane, gesti, saperi incorporati e relazioni materiali e simboliche con lo spazio. Le fotografie, i testi, i video e le narrazioni prodotte a partire da questa esperienza costituiscono una prima mediazione del territorio, in cui il contenuto conserva ancora un legame, seppur parziale, con il contesto culturale e sociale da cui emerge.

Quando queste forme di scrittura entrano nei circuiti digitali, esse vengono progressivamente rielaborate entro logiche sovralocali. La circolazione sulle piattaforme, l’intervento dei sistemi algoritmici e l’uso crescente di strumenti di intelligenza artificiale generativa trasformano i contenuti territoriali in materiali flessibili, suscettibili di essere selezionati, ricombinati e riscritti. In questo passaggio, il territorio viene progressivamente astratto dall’esperienza che lo ha generato e ricollocato all’interno di narrazioni che rispondono a criteri di visibilità, riconoscibilità ed efficacia comunicativa.

Con l’intelligenza artificiale generativa si introduce un ulteriore livello di mediazione, che non si limita a organizzare o amplificare contenuti esistenti, ma interviene direttamente nella produzione di nuove configurazioni simboliche del territorio.

Le immagini, i testi e le narrazioni che ne derivano non sono semplici riproduzioni, ma esiti di processi di sintesi che combinano tracce di esperienze situate con repertori visivi e discorsivi sovralocali. Il risultato è la produzione di territori digitali che, pur essendo parzialmente sganciati dai contesti di origine, acquisiscono una forma di realtà autonoma nello spazio della rete.

Questi territori, astratti dal vissuto ma dotati di piena efficacia simbolica, esistono come spazi dell’esperienza mediata. Essi strutturano immaginari condivisi, orientano aspettative e influenzano pratiche materiali, dalle mobilità alle modalità di fruizione dei luoghi.

In questo senso, la loro esistenza non è fittizia, ma performativa: agiscono sul mondo contribuendo a modellare i territori stessi.

È in questo intreccio tra scrittura locale, sovrascrittura sovralocale e produzione algoritmica dei contenuti che prende forma ciò che qui si propone di definire come cyberplace: uno spazio ibrido, in cui il territorio fisico e le sue rappresentazioni digitali risultano profondamente intrecciati.

Il cyberplace non sostituisce il luogo materiale, ma ne riorganizza l’esperienza, rendendo sempre più difficile distinguere tra ciò che è vissuto direttamente e ciò che è anticipato, mediato o performato attraverso immagini e narrazioni preesistenti.

Questo spazio ibrido costituisce il contesto entro cui le pratiche territoriali vengono progressivamente riconfigurate, aprendo la strada a processi di messa in scena, estetizzazione e performativizzazione che saranno approfonditi nel paragrafo successivo.

 

Cyberplace, iperrealtà e staged authenticity: la performativizzazione delle tradizioni

Il concetto di cyberplace (Albanese, Graziano, 2020) consente di leggere in modo integrato le trasformazioni che investono i territori nell’era dell’intelligenza artificiale, superando la dicotomia tra spazio fisico e spazio digitale. Nel cyberplace, il territorio non è semplicemente affiancato da una dimensione online, ma viene continuamente attraversato e riorganizzato da rappresentazioni, immagini e narrazioni che ne anticipano l’esperienza e ne orientano la percezione. Questo spazio ibrido costituisce il contesto entro cui si produce una nuova forma di esperienza territoriale, profondamente mediata e stratificata.

All’interno del cyberplace, il rapporto tra realtà e rappresentazione si fa sempre più poroso, aprendo la strada a ciò che può essere interpretato come una forma di iperrealtà territoriale. Le immagini e le narrazioni che circolano nello spazio digitale non rimandano più semplicemente a luoghi esistenti, ma contribuiscono a costruire versioni del territorio che risultano più coerenti, riconoscibili e desiderabili della loro controparte vissuta.

In questo senso, l’iperrealtà non indica una fuga dal reale, ma una sua riorganizzazione simbolica, in cui le rappresentazioni acquistano una forza tale da orientare pratiche, aspettative e comportamenti spaziali.

Questa dinamica trova una declinazione particolarmente evidente nei processi di staged authenticity, già ampiamente discussi negli studi sul turismo, ma oggi intensificati dalla mediazione digitale e dall’intervento dell’intelligenza artificiale. Nel cyberplace, pratiche e tradizioni locali tendono a essere selezionate e riformulate in funzione della loro rappresentabilità, trasformandosi progressivamente in performance. Non si tratta di una semplice perdita di autenticità, quanto piuttosto di una riconfigurazione delle pratiche culturali all’interno di un regime di visibilità che privilegia la messa in scena rispetto alla complessità.

Le tradizioni diventano così gesti reiterabili, facilmente riconoscibili e condivisibili, che rispondono alle aspettative di uno sguardo esterno. La preparazione delle orecchiette nelle strade di Bari Vecchia costituisce un esempio emblematico di staged authenticity: mostra come un sapere incorporato e storicamente situato possa trasformarsi in una pratica performativa, pensata per essere vista, fotografata e circolata. Nel cyberplace, la tradizione non scompare, ma viene riorientata: da pratica vissuta a dispositivo simbolico.

In questo contesto, l’intelligenza artificiale contribuisce a rafforzare tali processi, selezionando e amplificando specifiche immagini territoriali rispetto ad altre e consolidando narrazioni che tendono a stabilizzarsi nel tempo.

Le rappresentazioni iperreali che ne derivano possono assumere la forma di simulacri, nel senso di immagini che si autosostengono, progressivamente sganciate dai contesti che le hanno generate, ma capaci di produrre effetti materiali sui luoghi. Questi effetti si manifestano nella trasformazione degli spazi, nelle pratiche di consumo e nelle modalità attraverso cui i territori vengono abitati e governati.

Il cyberplace emerge così come uno spazio di produzione dell’esperienza territoriale in cui estetizzazione, performatività e mediazione tecnologica si intrecciano. Comprendere queste dinamiche significa interrogarsi non solo sul destino delle tradizioni e dei luoghi, ma sulle condizioni di possibilità di una rappresentazione che non riduca il territorio a immagine, ma ne restituisca la complessità e la stratificazione.

 

L’estetizzazione estrema come dispositivo semantico: sguardo altro ed egemonia visiva

Nel contesto del cyberplace, l’estetizzazione dell’esperienza territoriale assume una funzione che va ben oltre la dimensione rappresentativa. Essa opera come un vero e proprio dispositivo semantico, attraverso il quale i territori vengono resi leggibili, desiderabili e consumabili all’interno degli ecosistemi digitali. L’estetizzazione estrema non si limita a “rendere belli” i luoghi, ma contribuisce a selezionare quali aspetti del territorio possano emergere nello spazio pubblico e quali, invece, siano destinati a rimanere marginali o invisibili.

Questo processo implica una riorganizzazione dello sguardo, che tende a privilegiare forme di rappresentazione coerenti con estetiche dominanti e con aspettative sovralocali. Lo sguardo altro, spesso esterno, distante, non situato, diventa il principale referente implicito della rappresentazione territoriale. I luoghi vengono così raccontati non a partire dalle esigenze, dai ritmi e dalle pratiche di chi li abita, ma in funzione della loro capacità di essere riconosciuti, compresi e consumati da un pubblico ampio e geograficamente distante.

L’intelligenza artificiale interviene in modo decisivo in questo processo, contribuendo a stabilizzare e rafforzare tali regimi visivi. Attraverso meccanismi di selezione e riproduzione delle immagini più performative, i sistemi algoritmici tendono a privilegiare rappresentazioni che confermano immaginari già consolidati, riducendo lo spazio per narrazioni alternative o dissonanti. In questo senso, l’estetizzazione estrema diventa uno strumento di egemonia visiva, capace di naturalizzare specifici modi di vedere e di escluderne altri.

L’egemonia visiva prodotta dall’estetizzazione non opera in modo esplicito o coercitivo; al contrario, si costruisce lentamente, attraverso la reiterazione. Le stesse immagini, gli stessi gesti, gli stessi scorci vengono riproposti fino a diventare il modo “giusto” di vedere un luogo. Progressivamente, queste rappresentazioni finiscono per sostituire i referenti territoriali complessi, imponendo una visione semplificata e rassicurante dello spazio. Il territorio viene così ridotto a una sequenza di elementi iconici che rispondono a un’estetica della familiarità piuttosto che a una logica di comprensione.

Questa dinamica produce effetti materiali sui luoghi. Quando le immagini sovralocali si consolidano, i territori tendono ad adattarsi agli immaginari che li precedono, modellando pratiche, spazi e politiche di valorizzazione in funzione della loro coerenza con lo sguardo dominante.

L’estetizzazione estrema non solo rappresenta il territorio, ma lo performa, orientando trasformazioni urbane, usi dello spazio e modalità di fruizione che rispondono a logiche di visibilità piuttosto che a bisogni locali.

Criticare l’estetizzazione estrema non significa negare la dimensione estetica dell’esperienza territoriale, ma riconoscerne il carattere profondamente politico. Interrogare lo sguardo altro e l’egemonia visiva implica mettere in discussione i criteri attraverso cui i territori diventano visibili e narrabili, aprendo la possibilità di rappresentazioni che restituiscano la pluralità, la frizione e la complessità dei luoghi. È a partire da questa consapevolezza che diventa possibile immaginare modalità alternative di comunicazione territoriale, capaci di sottrarsi alla logica della semplificazione estetica e di riattivare una relazione più situata tra rappresentazione e territorio.

 

Egemonia visiva, simulacro e potere nella produzione dei territori

I processi di estetizzazione estrema e le dinamiche di egemonia visiva che attraversano il cyberplace trovano un solido ancoraggio teorico nel concetto di simulacro, inteso non come semplice falsificazione della realtà, ma come modalità attraverso cui le rappresentazioni acquisiscono autonomia rispetto ai contesti che le hanno generate. Nel simulacro, l’immagine non rimanda più a un referente territoriale situato, ma si autosostiene come realtà simbolica, dotata di una propria coerenza e capacità di produrre effetti sul mondo.

All’interno degli ecosistemi digitali contemporanei, il simulacro non emerge come esito accidentale, bensì come prodotto di specifiche configurazioni di potere. Le rappresentazioni territoriali che si consolidano nello spazio pubblico digitale sono il risultato di processi selettivi che privilegiano alcune immagini, narrazioni e pratiche a scapito di altre. In questo senso, l’egemonia visiva non coincide con un’imposizione esplicita, ma con una forma di governo dello sguardo che opera attraverso la reiterazione, la familiarità e la naturalizzazione.

L’intelligenza artificiale contribuisce a rafforzare tali dinamiche, poiché tende a riprodurre e amplificare repertori visivi già dominanti. I sistemi di generazione e rielaborazione dei contenuti operano a partire da archivi di immagini e narrazioni che riflettono rapporti di potere preesistenti, rendendo particolarmente difficile l’emersione di rappresentazioni alternative. Il simulacro, in questo contesto, diventa una forma stabilizzata di conoscenza territoriale, capace di orientare percezioni, aspettative e pratiche spaziali senza necessità di ricorrere a meccanismi coercitivi.

Il potere che si esercita attraverso il simulacro è dunque un potere diffuso, che agisce sul piano simbolico ma produce effetti materiali. Le immagini iperreali dei territori influenzano le modalità di attraversamento dello spazio, le economie locali, le politiche di valorizzazione e le forme di governo del territorio. In questo senso, la rappresentazione non è mai un atto neutro, ma una pratica che contribuisce a definire chi può parlare per un luogo, quali narrazioni sono legittime e quali esperienze vengono riconosciute come autentiche.

La relazione tra egemonia visiva, simulacro e potere mette in luce una questione centrale per l’analisi geografica contemporanea: il controllo delle rappresentazioni territoriali diventa una posta in gioco fondamentale nella produzione dello spazio. Interrogare questi processi significa riconoscere che la visibilità non è semplicemente una risorsa, ma un campo di conflitto, in cui si negoziano identità, appartenenze e possibilità di azione.

È a partire da questa consapevolezza che si apre la necessità di ripensare le modalità di rappresentazione del territorio, non come mera riproduzione estetica, ma come pratica responsabile, capace di tenere insieme potere, significazione e materialità dei luoghi.

Questo passaggio teorico costituisce il presupposto per immaginare forme alternative di comunicazione territoriale, orientate a sottrarsi alla logica del simulacro e a restituire spazio a narrazioni situate e plurali.

 

Verso una poetica della rappresentazione: invertire lo sguardo

Le dinamiche analizzate nei paragrafi precedenti mostrano come la rappresentazione territoriale, nell’era dell’intelligenza artificiale, sia divenuta un terreno cruciale di produzione simbolica e di esercizio del potere. Di fronte alla proliferazione di immagini iperreali, alla stabilizzazione dei simulacri e all’affermarsi di regimi di visibilità egemonici, si pone la necessità di interrogare non solo come i territori vengano rappresentati, ma secondo quali logiche e con quali effetti tali rappresentazioni prendano forma.

In questo contesto, la nozione di poetica della rappresentazione può offrire una chiave teorico-concettuale per ripensare il rapporto tra territorio, immagine e significazione. Con poetica non si intende qui una dimensione estetizzante o decorativa, bensì un insieme di scelte, posture e responsabilità che orientano il processo rappresentativo. La poetica della rappresentazione richiama l’attenzione sul carattere situato, relazionale e performativo della narrazione territoriale, ricordando che ogni immagine, ogni racconto, ogni mediazione contribuisce, nel bene e nel male, a produrre realtà.

Assumere una poetica della rappresentazione implica un’inversione del processo che oggi domina gli ecosistemi digitali. Invece di adattare i territori alle immagini che li precedono e li sovradeterminano, si tratta di ricondurre la comunicazione ai contesti che la generano, lasciando che siano i messaggi a modellarsi sui territori, sulle loro pratiche, temporalità e stratificazioni culturali.

Questa inversione non equivale a un ritorno a un presunto “reale autentico”, ma a un riposizionamento critico della rappresentazione come pratica consapevole e responsabile.

Dal punto di vista teorico, tale inversione richiede di riconoscere il territorio non come oggetto passivo di narrazione, ma come soggetto complesso, attraversato da relazioni di potere, memorie, conflitti e possibilità. La poetica della rappresentazione diventa così uno spazio di negoziazione, in cui la produzione di immagini e narrazioni non mira alla semplificazione o alla riconoscibilità immediata, ma alla restituzione della complessità e della pluralità dei luoghi.

In questa prospettiva, anche l’intelligenza artificiale può essere ripensata non esclusivamente come tecnologia di estrazione e replicazione simbolica, ma come parte di un processo più ampio di riflessione sulle condizioni di produzione delle rappresentazioni territoriali.

Ciò implica interrogarsi su quali archivi, quali sguardi e quali immaginari vengano mobilitati, e su come tali scelte contribuiscano a rafforzare o a mettere in discussione le gerarchie visive esistenti.

La riflessione sulla poetica della rappresentazione non offre soluzioni definitive, né intende proporre modelli prescrittivi. Al contrario, apre uno spazio critico entro cui ripensare il ruolo di chi rappresenta i territori (ricercatori, istituzioni, piattaforme, comunità) e le responsabilità che accompagnano tale pratica. In un contesto segnato dalla crescente mediazione algoritmica dell’esperienza, la rappresentazione del territorio emerge così come un campo aperto, instabile e profondamente politico, in cui si gioca la possibilità di immaginare forme alternative di visibilità, narrazione e relazione con i luoghi.

PAROLE CHIAVE: cyberplace / geografia digitale / intelligenza artificiale / iperrealtà / rappresentazione / Territorio

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