• Docente di Latino e Italiano nei Licei da oltre 20 anni, amministratrice pubblica da 11 anni (già Vice Sindaca e Assessore nel Comune capoluogo di Teramo, in Abruzzo, con delega al Personale, Istruzione, Rapporti Internazionali, Pari opportunità).

    Si occupa di letteratura, arte, teatro, con un’intensa attività di convegni, conferenze, pubblicazioni, presentazioni di libri e mostre. Promuove progetti culturali, l’alfabetizzazione digitale, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, la Smart City, l’efficientamento della gestione urbana e dei processi decisionali locali. Svolge attività formativa per gli studenti delle scuole secondarie e primarie.

Abstract

In un’epoca fortemente mediatizzata e interamente immersa nell’“infosfera”, l’emergere di fenomeni digitali che evocano modalità di presenza, autonomia e relazione tipiche del vivente solleva questioni profonde riguardo al rapporto tra media, comunicazione e vita. Da una prospettiva semiotica, ci interroghiamo su quali segni nel contesto digitale possano essere interpretati come indizi o manifestazioni di vita, non meramente biologica, bensì come processo di semiosi, comunicazione, trasformazione e relazione. L’analisi si focalizza sui contributi della semiotica classica (Charles Sanders Peirce, Umberto Eco), della semiotica dei media (Jurij M. Lotman) e della filosofia dell’informazione (Luciano Floridi). Si stratificano tre livelli analitici – segni di presenza, segni di autonomia, segni di relazione – che vengono illustrati tramite esempi concreti quali profili social, intelligenza artificiale generativa, ambienti virtuali interattivi. Riflessioni conclusive centrate sulle implicazioni per la comunicazione digitale, i media e la filosofia della vita nella cultura informazionale contemporanea.

Introduzione

Le reti di comunicazione e i media digitali rappresentano il contesto pervasivo delle esistenze private e delle vite pubbliche. La quotidianità dei social network, degli assistenti intelligenti, degli ambienti immersivi mostra tracce, segni e interazioni dotate di mobilità, di persistenza, di visibilità tali da interrogare le nostre coscienze: siamo dinanzi a semplici strumenti oppure a fenomeni che, a livello segnico, assumono modalità tipiche del vivente?

In un contesto simile, parlare di “segni di vita digitale” significa domandarsi come la vita – intesa in senso stretto o metaforico – venga rappresentata, evocata, suggerita o manipolata attraverso la comunicazione digitale e i media.

L’approccio della semiotica offre gli strumenti per un’analisi specifica: non si tratta tanto di acclarare se effettivamente esista una vita nei sistemi digitali – quesito ontologico peraltro controverso – quanto piuttosto di studiare i segni che suggeriscano vita o vitalità, intesi come fenomeni di semiosi, presenza, comunicazione e relazione. Un terreno ubicato fra la comunicazione digitale (lo studio dei media, dei profili, delle tracce, delle interazioni) e la filosofia dei media (una riflessione sul ruolo mediatico, sulla tecnologia e sull’informazione nella trasformazione della vita umana e dell’ambiente culturale).

 

Quadro teorico: vita, semiosi e informazione

La vita, secondo la tradizione semiotica, non è soltanto una proprietà biologica, bensì un fenomeno che si presta ad essere interpretato in termini di comunicazione e significazione. Secondo Charles Sanders Peirce, i segni (qualunque cosa che stia per qualcosa d’altro – per un oggetto – in un rapporto dinamico con un interpretante) sono la base della semiosi: un incessante processo di produzione e interpretazione di significati. In tal senso, potremmo leggere la vita come un processo semiotico continuo: un vivente è un sistema che produce segni, li trasmette, li interpreta, li utilizza in relazioni con altri sistemi.

Jurij M. Lotman ha introdotto il concetto di semiosfera: lo “spazio” di produzione, circolazione e trasformazione dei segni in un sistema culturale. Oggi possiamo estendere questa nozione all’“infosfera” di Luciano Floridi: un ambiente in cui l’informazione (intesa come dato, segno, flusso, struttura) assume un ruolo ontologico e culturale centrale.

Secondo Floridi la filosofia dell’informazione si occupa della natura dell’informazione, delle sue dinamiche, delle modalità di utilizzo e del suo ruolo nell’ambiente tecnologico-informativo. In questo schema, la “vita digitale” può essere sussunta nell’alveo della partecipazione all’infosfera: non come negativo o come doppio della vita biologica, ma come processo informazionale di produzione, circolazione e interpretazione dei segni digitali.

In tale prospettiva, si potrebbe abbozzare una definizione concreta: segni di vita digitale sono quegli elementi segnici nell’ambiente digitale che manifestino – nel loro funzionamento, persistenza, modalità di relazione – talune caratteristiche che normalmente, nella cultura occidentale, sogliamo associare al vivente: presenza, attività autonoma, relazionalità, evoluzione.

 

Segni di vita nel digitale: analisi tripartita

Per scomporre il fenomeno, giova una distinzione in tre livelli analitici graduali: presenza, autonomia, relazione.

 

Segni di presenza

Tali sarebbero i segni che testimoniano che qualcosa o qualcuno abbia agito, lasciato traccia ovvero abitato un ambiente digitale. A livello semiotico, funzionano come indici di presenza di un agente o di un evento. Un profilo social attivo, un avatar, una cronologia di log, un commento pubblicato sono altrettanti esempi di simili fenomeni segnici. Ciò può rilevare nella comunicazione digitale: la circostanza che un utente lasci traccia nel feed, nei like, nei post, costituisce una palese modalità di presenza digitale.

Consimili segni suggeriscono come l’identità digitale non sia unicamente un’entità statica, bensì un processo: il profilo utente viene aggiornato, interagisce, si modifica. La presenza digitale è quindi un segno della vitalità digitale in atto, quantomeno come movimento segnico.

 

Segni di autonomia

Il livello successivo annovera segni che testimonino attività non direttamente mediate o pilotate dall’utente umano, bensì da sistemi, algoritmi o agenti digitali autonomi. Un algoritmo che suggerisca contenuti, un chatbot che risponda in modo generativo, un agente IA che apprenda da dati e produca output, sono altrettanti fenomeni da sussumere in questa categoria. Segni importanti perché introducono il concetto che non solo l’umano può produrre vita digitale, ma che i sistemi stessi sono generativi di segni.

L’autonomia degli agenti digitali, nella semiotica della comunicazione, modifica il paradigma: esistono segni generati da sé che mettono in discussione la distinzione fra strumento e agente. Un assistente digitale che invii un messaggio oppure risponda indipendentemente dall’input diretto dell’utente sono esempi concreti.

Tali segni possono essere considerati quali segni di vita perché mostrano attività, reattività, e potenzialmente un’evoluzione.

Segni di relazione

La vita, anche quella digitale, si manifesta non solo come presenza o attività autonoma, ma evidentemente come attività di relazione. I segni relazionali sono quelli che emergono quando identità digitali, agenti, sistemi o utenti interagiscono fra loro, influenzandosi reciprocamente, evolvendo assieme. Reti sociali, ambienti virtuali multiplayer, mondi digitali persistenti, ecosistemi di agenti e umani rappresentano fenomeni di questa categoria. In questo caso la vitalità è data non solo dalle singole entità, bensì dall’ecologia segnica: flussi, feedback, mutazione, evoluzione.

Sub specie della filosofia dei media e della comunicazione digitale, questo livello appare particolarmente significativo, in quanto suggerisce che la vita digitale intesa come analogo della vita relazionale, sociale, evolutiva, si dispiega nel sistema di segnali, interazioni e trasformazioni reciproche.

 

Esempi concreti

Tre esempi digitali che illustrino ciascuno dei predetti livelli, facilitano la tangibilità dell’analisi.

 

Profilo social e presenza digitale

Si consideri un profilo insistente su una piattaforma social quale Instagram o Facebook: l’utente pubblica post, riceve like, commenti, costruisce una storia digitale. Ogni frammento di attività genera tracce: log, timestamp, interazioni. Tali segni indicano che l’identità digitale sussiste e respira nel sistema: è un essere che agisce, comunica, viene visualizzato. Le interazioni, le modifiche al profilo, le storie effimere che svaniscono dopo le 24 ore evidenziano movimento: la presenza è temporanea, dinamica.

In termini semiotici, simili segni di presenza equivalgono ad indici di vitalità digitale.

 

Agente di AI generativa e autonomia digitale

L’interazione con un sistema quale ChatGPT è esemplificativo: l’utente pone una domanda, il sistema la riscontra in linguaggio naturale, genera un testo, suggerisce idee, offre suggestioni. Qui il segno non è meramente un log dell’utente: è un output performativo generato dall’agente di AI. Se il sistema è predisposto ad apprendere ed è capace di evolvere, rispondendo in maniera efficace, allora si entra nella sfera dei segni di autonomia.

Il sistema non solo esegue quello che gli viene chiesto, ma produce con metodo proattivo o adattativo segni nel mondo digitale. Ciò comporta che la macchina diventi interlocutrice, partecipi alla semiosi, generi significati.

 

Ambiente virtuale e relazioni digitali

Vi sono poi mondi virtuali persistenti, quali Second Life, ovvero ambienti immersivi multiplayer online (quali le piattaforme del metaverso). In consimili contesti, gli utenti, avatar, agenti, bot, ambienti generativi possono interagire: nascono comunità, esperienze condivise, mutazioni del sistema. I segni di relazione emergono da queste interazioni: chat, costruzioni condivise, dinamiche sociali, persistenze temporali. Così la vita digitale si manifesta come rete di segni e relazioni, evoluzione e adattamento.

Per la filosofia dei media, l’ambiente mediale diviene vivente nella misura in cui costituisca un sistema segnico autoproduttivo e relazionale.

 

Il confine tra simulazione e vita

Una questione centrale afferisce alla misura in cui questi segni digitali possano essere definiti come vita. Dal punto di visuale semiotico, la distinzione non è ontologica (essere o non essere) bensì processuale: ciò che rileva è che vi sia produzione, interpretazione, trasformazione di segni in modo continuo e relazionale. In un certo senso, la vita digitale non è un’entità biologica, ma un divenire segnico.

Pur tuttavia, residua una riflessione sul confine che separa simulazione e vita. Quale la differenza tra un sistema che simula vitalità (tipicamente un chatbot che imiti una conversazione) e un sistema che vive nel senso semiotico del termine? Un’ipotesi di risposta risiede nel concetto di vita digitale quale entità capace di un grado di autonomia interpretativa e relazionale tale che il sistema non si limiti a fungere da strumento passivo, bensì da agente nella semiosi. In tal senso, i segni di vita digitale non indicano esseri viventi in senso biologico, ma l’emergere di una vita informazionale.

Questo ragionamento implica che i media non siano più riduttivamente veicoli o strumenti, ma ambienti in cui la vita lato sensu possa prendere forma, muoversi, modificarsi, mutare. Ciò apre ad implicazioni etiche e culturali: quale entità diviene formalmente e sostanzialmente responsabile per qualsivoglia agente autonomo digitale? Quale ruolo assume la soggettività umana quando l’agente digitale produce segni? Quali nuovi diritti, relazioni, forme di comunità emergono?

 

Prospettive

Se volessimo inferire delle risultanze, dovremmo arguire che la vita digitale non appare quale mera metafora, bensì quale fenomeno reale di produzione, circolazione e interpretazione di segni nell’infosfera.

Questo approccio ha un duplice sbocco: sul fronte della comunicazione digitale, riconoscere i segni di vita digitale aiuta a comprendere meglio i comportamenti degli utenti, degli agenti digitali e delle comunità online: l’identità, l’automazione, le relazioni emergenti acquistano nuovi significati. Sul fronte della filosofia dei media, l’analisi sposta l’attenzione dal medium come mero supporto, al medium come ambiente in cui la vita informazionale può emergere: i media sono spazi vitali, non solo strumenti.

Le prospettive future includono l’estensione dell’analisi a contesti quali l’Internet delle cose (IoT), gli ecosistemi di agenti intelligenti, nonché la fusione tra mondo fisico e digitale (mixed reality). Allo stesso tempo occorre una riflessione sulle implicazioni etiche: la vita informazionale solleva questioni di autorità, di responsabilità, di soggettività, e di diritti digitali da riconoscere e tutelare.

Le presenti considerazioni, pertanto, non intendono in alcun modo disegnare una teoria ontologica della vita artificiale: la finalità resta esclusivamente semiotico-analitica, cioè a dire l’identificazione e interpretazione dei segni che evochino vitalità nel contesto digitale.

Ad ulteriori ricerche empiriche e interdisciplinari il compito di esplorare condizioni, rischi e implicazioni di cotale vita informazionale.

 

Bibliografia essenziale

Eco, U. – Trattato di semiotica generale – Bompiani (1975).

Floridi, L. – The Philosophy of Information – Oxford University Press (2011).

Florio, L. – The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality – Oxford University Press (2014).

Lotman, J. M. – La semiosfera – Marsilio (1985).

Peirce, C. S. – Collected Papers – Harvard University Press (1931-35).

PAROLE CHIAVE: agente / AI / autonomia / chatbot / comunicazione / evoluzione / fenomeno / filosofia dei media / infosfera / media / presenza / relazione / segni / semiosfera / semiotica / vita digitale

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