Un gesto semplice e antico: piegare la carta. Ma se al posto di un semplice foglio bianco usiamo delle cartine geografiche? Mappe pensate per orientarsi, misurare, dividere — che qui vengono trasformate in forme poetiche, fragili e tridimensionali. Ogni piega interrompe la funzione originaria della mappa e la riconduce a un’esperienza più intima: non più uno strumento di controllo dello spazio, ma un territorio da abitare con l’immaginazione.
Fotografare questi origami significa osservare il mondo mentre cambia forma. I confini si curvano, le distanze si accorciano, i nomi delle città si spezzano e si ricompongono. È un gesto che richiama la globalizzazione: un processo che avvicina, mescola, sovrappone culture e geografie, ma che allo stesso tempo rivela tensioni e fragilità. Le pieghe diventano metafora di queste dinamiche — connessioni inattese, collisioni, continuità — dove nulla resta completamente piatto o definitivo.
C’è anche una dimensione ludica, quasi infantile, nel “giocare col mondo”. Piegare una mappa è un atto simbolico: significa prendere qualcosa di immenso e renderlo manipolabile, esplorabile con le mani. Questo gioco non è evasione, ma un modo per ripensare il nostro rapporto con lo spazio globale — per ricordare che il mondo, pur nella sua complessità, può essere osservato da prospettive nuove e personali.
Le fotografie fermano questo equilibrio tra controllo e libertà, precisione e gesto creativo. In esse convivono rigore e leggerezza: la mappa come sistema e l’origami come possibilità.
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Le foto sono di proprietà di Marcello Moscara e sono coperte dal diritto d’autore.


























