• Responsabile Rubrica Intelligenza Integrale

    Responsabile Sezione Artificial Intelligence

    Direttore responsabile della Rivista di divulgazione scientifica DIGEAT. Avvocato esperto in diritto applicato all'informatica e protezione dei dati, Titolare di Studio Legale Lisi e coordinatore di Digitalaw e D&L NET. Presidente di ANORC Professioni. Docente universitario e direttore scientifico di Master universitari e percorsi specialistici di settore. È Direttore del Dipartimento DigitaLaw presso CUIRIF - Centro Universitario Internazionale di Ricerca e Innovazione Integral Intelligence. Con DPCM del 26 gennaio 2023 è indicato come Componente del Comitato di Esperti di comprovata esperienza e qualificazione in materia di innovazione tecnologica e transizione digitale della PA che affianca il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Sen. Alessio Butti per guidare la trasformazione digitale del Paese. Ha ricoperto questo importante ruolo da gennaio 2023 a dicembre 2024.

“Qui il nostro Governo favorisce i molti invece dei pochi…”, dichiarava Pericle agli ateniesi nel 431 a.c., “soli” 2.500 anni fa. Fa bene rileggere le parole di un grande condottiero della democrazia, anzi della prima democrazia di tutti i tempi, per riflettere sui nostri giorni.

Nell’epoca odierna, evocata da Shoshana Zuboff come quella del Capitalismo della Sorveglianza, quanto i “molti” sono davvero favoriti, se ormai gli orizzonti di qualsiasi cittadino quotidianamente sono slegati dalla rassicurante territorialità? Da tempo i nostri passi sono intrisi di digitalità per aggirarsi sistematicamente lungo illusioni elargite da nuovi imperatori digitali. E questo mette in discussione le garanzie offerte dai nostri ordinamenti democratici.

Ci svela, giustamente, Stefano Gigante che la fantascienza è diventata ora realtà: nel Capitalismo di Sorveglianza l’essere umano “pila di segreti (o informazioni)” può essere venduto, trasformato, rubato, deformato e ricreato. Sovente, senza accorgersene o volontariamente vendendo i suoi elementi costitutivi o accettando un gioco di dadi la cui posta finale è il suo essere e concepire il mondo.

Ricalca queste importanti osservazioni Valentina Albanese, che ci spiega come la sorveglianza, un tempo limitata a sistemi di controllo fisico come telecamere o forze di polizia visibili, si è evoluta in un meccanismo invisibile che interferisce silente con le identità reali, ridisegnando modi di vivere e interagire. La combinazione tra capitalismo della sorveglianza e digitalizzazione ha fatto sì che i dati diventassero una risorsa fondamentale, pertanto, la loro raccolta e il loro stoccaggio sono diventati una parte essenziale del cosiddetto mercato dei comportamenti.

Purtroppo, la sensazione di paura verso ciò che non conosciamo, le distorsioni cognitive, lo storytelling pervasivo su scenari distopici che ci riguardano, se non sono ben indirizzati, giocano brutti scherzi. E in questi giorni guardiamo ossessivamente la tecnologia, in bene e in male, e ne regolamentiamo così i singoli, minuziosissimi dettagli in modo confuso, in un’accozzaglia di definizioni dove tutta la presente e futura innovazione digitale potrebbe/dovrebbe rientrare, ma poi, alla fine di questo laborioso, burocratico percorso legislativo regalatoci dall’Unione Europea, rischia di rimanere scoperto proprio l’uomo, con la sua friabilità organizzativa e con i suoi labili diritti e libertà conquistati con enorme fatica durante tutti questi secoli. I più pericolosi e infidi data breach di oggi riguardano prima di tutto noi stessi, non i nostri sistemi tecnologici.

A pochi passi dalla voragine di un conflitto globale, restiamo ossessionati dalla tecnologia, da “esistenze” artificiali e intelligenze generative generali che ormai scandiscono ogni nostro pensiero o preoccupazione, senza renderci conto che ci stiamo ritrovando irrimediabilmente svuotati di paradigmi interpretativi, perdendo di vista le nostre percezioni e gli ingredienti che hanno da sempre formato la nostra coscienza.

L’Unione Europea continua a sfornare regole, ma ne dimentica qualcuna per strada, come il Regolamento e-privacy, su cui insisteva il compianto Giovanni Buttarelli. Chissà come mai proprio quella normativa si è da tempo arenata e se ne sono perse le tracce. Non si può non rifletterci su…

Ci guida effettivamente da tempo l’”algoritmo”, in ogni movimento, e vogliamo ormai essere guidati ossequiosamente dall’algoritmo in ogni nostra mossa.

Lo pretendiamo. Anche a livello normativo.

Chiediamo ossessivamente al legislatore, questa entità astratta e artificiale, di spiegarci ogni granello di esistenza da regolare accuratamente, per evitarci il fardello di meditare troppo o -peggio – di interpretare principi generali o “pericolose” astrazioni. E tutto accade specularmente rispetto alla nostra vita digitale dove rischiamo di essere semplici automi, copie esatte e rassicuranti di noi stessi, circondati da chi pensa esattamente come noi, in gusti e abitudini perfettamente profilati e adattati per colazione, pranzo e cena, in modo da non farci più pensare a nulla di rilevante.

Penseranno altri tranquillamente per noi. Ed è il dover pensare ormai la nostra più vivace preoccupazione.

È quanto accade anche con l’AI Act, nel quale tutta la possibile innovazione digitale attraverso le sue “indefinite definizioni” finisce per essere ricompresa interpretativamente come “intelligenza artificiale”, meglio ancora se ritenibile by design ad alto rischio, per evitare così di doversi preoccupare successivamente di una possibile sanzione. E infatti già mi capita di partecipare a surreali call conference, orchestrate per inseguire l’agognata Digital Compliance, dove reparti trasversali a differenti imprese (facenti riferimento a sviluppatori e ai fantomatici deployer) prudentemente dedichino ore e ore di impegno al fine di ingabbiare anche una semplice soluzione software, che magari si limita a fare ciò che da decine di anni abbiamo sempre fatto, come – ad esempio – “matchare” dati a nostra disposizione, senza alcuna inferenza deduttiva, ma lavorando semplicemente attraverso l’evidenza logica e oggettiva di un calcolo matematico per assegnare fredde percentuali che dovrebbero aiutarci a prendere una decisione consapevole. Ma appare ormai giusto che per paura, non del “Capitalismo della Manipolazione” (che ci ha già manipolati), ma del fantasma dell’IA, qualsiasi soluzione tecnologica che abbia a che fare con dati (personali e non) venga etichettata dagli interpreti della compliance come un possibile mostro da recintare, se proprio non è possibile estirparlo.

Ci rendiamo conto del corto circuito che stiamo vivendo nei nostri giorni? Del data bridge che ormai pervade ogni nostra scelta di fronte all’innovazione, paralizzandola, portandoci a interessarci di minuzie e così aspirare inevitabilmente a un mondo intero governato da pochissimi Sultani del Digitale? Eppure essi sono proprio coloro che custodiscono l’unico impero effettivamente da arginare nel suo incredibile strapotere.

I dati non sono astratti: hanno una geografia fisica ed economica. Sono ospitati in data center, gestiti da colossi del tech e utilizzati per modellare decisioni strategiche. Tuttavia, il controllo di queste informazioni non è distribuito equamente. Le grandi piattaforme globali detengono un potere sproporzionato, mentre molte amministrazioni pubbliche faticano a sfruttare il valore dei propri dati, ci ha riferito giustamente Sara La Bombarda. E ce lo ha riferito proprio lungo le pagine di questa Rivista, perché questo ambizioso progetto editoriale, che sono onorato di dirigere, aiuta a pensare contro corrente e continuerà a farlo. Perché c’è bisogno di un pensiero alternativo, altrimenti ci areneremo ineluttabilmente nell’ozio contemplativo di tecnologie offerte da altri.

La colpa non è degli “algoritmi” o della normativa, ma solo e semplicemente nostra, perché da tempo facilitiamo il compito di “chi gioca a dadi e a dati” metodicamente con il nostro cervello. E quanto accade intorno a noi è un palcoscenico reale, che può effettivamente rivelarsi apocalittico per le nostre intelligenze naturali.

PAROLE CHIAVE: data protection / dati / informazione / tecnologie

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