• Manager di aziende IT, consulente e startupper con esperienza ventennale nella trasformazione digitale di processi aziendali.

Abstract

La riflessione contenuta in questo articolo nasce da una domanda che vorrei porre e per la quale non ho ancora risposta: è più corretto parlare di nuove professioni o parlare di evoluzione delle professioni attuali in chiave tecnologica? Ad esempio, un rider è una nuova professione o l’evoluzione del classico “garzone” delle consegne? Che differenza c’è tra un digital e-reputation manager e un PR classico? I casi sono molteplici.
Se si parlasse di evoluzione delle competenze di “vecchie” professioni, piuttosto che della nascita di nuove professioni la cosa non sarebbe conveniente per tutti? Sia per i committenti, che non si troverebbero spiazzati tra valutazione e quantificazione delle competenze, che per gli erogatori di prestazioni, che potrebbero ancorarsi a tutele già in essere.
Proprio perché questa domanda non ha una risposta certa, ci offre la possibilità di riflettere concretamente nelle prossime righe, sperando di fornire una bussola per chi deve cimentarsi con professioni cosiddette nuove, soprattutto nel mondo digitale.

Il caso delle professioni del mondo informatico e del digitale

La mia esperienza parte circa venticinque anni fa come ingegnere informatico che, dopo la laurea, è entrato nel mondo del lavoro come professionista delle tecnologie ICT (Information and Communication Technologies). Se iniziassi a lavorare oggi mi definirei un professionista del digitale. In questo percorso mi sono occupato, tra le altre cose, anche di normazione tecnica delle professioni non regolamentate per il mondo dell’ICT e del digitale.

Una cosa che ricordo dei primi anni di lavoro è una sensazione di disorientamento per cui lo stesso specialista di un settore veniva denominato in modi diversi da aziende o in contesti differenti.

Ad esempio, un esperto in database poteva essere identificato come Database Developer o Database Manager o Database Administrator; chi si occupava di siti Internet era un Web Master o un Web Content Manager o un Web Developer, e così via. Solo la mia solida ed ampia formazione universitaria di base mi offriva un ancoraggio di riferimento.

Mi confortò scoprire che la problematica suscitò l’interesse dell’Unione Europea che, nel 2005, ha avviato un’attività di razionalizzazione con la quale, partendo da un contesto di 145 nomenclatori per circa 1000 ruoli codificati, è giunta allo European e-Competence Framework (e-CF) costituito dalla classificazione di 40 competenze per i professionisti ICT, definendo così un linguaggio comune in tutta Europa per competenze, abilità e livelli. L’e-CF è sviluppato da esperti e stakeholder ed è mantenuto da un comitato tecnico in ambito CEN – Centro Europeo di Normazione a guida italiana, tramite l’UNI.

Gli effetti di questa confusione si manifestavano a diversi livelli: lato domanda di competenze (che nome ricercare una figura professionale?); lato offerta (come porsi sul mercato?); lato istituzioni (come pianificare gli investimenti in formazione?); lato enti formatori o aziende (come definire un percorso di crescita o di aggiornamento lineare? Come individuare e qualificare differenti livelli di esperienza? Quale valore o compenso attribuire ad una prestazione?). Nel settore tecnico informatico, a distanza di anni, la situazione è migliorata e si è meglio definita. Gli strumenti ci sono, costituiti da una serie di normative tecniche di cui l’Italia è stata promotrice e anticipatrice per l’Europa. Tuttavia, tali strumenti non sono così diffusi e riconosciuti quanto meriterebbero o quanto servirebbe, vuoi perché troppo complessi per essere trasferiti ad un pubblico il più ampio possibile (e qui dobbiamo fare una mea culpa noi che ci occupiamo di queste cose), vuoi perché servirebbe un intervento deciso del legislatore, cosa auspicata da anni.

Le “nuove professioni” abilitate dal digitale

Il tema di questo articolo tuttavia non è quello di capire come mai gli strumenti non sono diffusi o come mai il legislatore non interviene in modo adeguato, bensì far notare come le medesime dinamiche si stiano instaurando anche in contesti più ampi rispetto a quello prettamente informatico, con l’aumento della pervasività del digitale di fatto in tutti i settori della quotidianità.

Prendiamo quattro profili di esempio tra quelli che sono definiti come i “nuovi lavori più ricercati”: il Social Seller, l’Influencer, il Digital Marketing Specialist, l’Esperto di Intelligenza Artificiale.

Una prima riflessione riguarda la tassonomia stessa di queste professioni: non esiste una denominazione unificata, così come la classificazione non è scientifica, naturale conseguenza della non unitarietà di denominazione.

Il Social Seller (traduzione letterale “Venditore Sociale” o “Venditore tramite Social network”) è colui che stabilisce connessioni con i potenziali clienti attraverso i social media sviluppando relazioni di fiducia che, alla fine, si traducono in vendite. Di fatto, si tratta dell’evoluzione di un venditore porta a porta per la vendita al consumo o di un rappresentante per il mondo della vendita professionale che, anziché girare in auto per paesi e città, gira nel mondo virtuale. Oggi sul web, domani nel metaverso. La domanda che pongo è: si tratta veramente di una nuova professione oppure è una specializzazione maturata attraverso l’acquisizione di nuove competenze legate al contesto del digitale?

L’Influencer è qualcuno che deve influenzare, sapendo offrire contenuti di qualità al suo pubblico (o al suo seguito, i follower), conoscendo strategie di marketing e di analisi dati. Non è un lavoro analogo a quanto fatto da giornalisti e riviste specializzate in determinati settori oppure dai pubblicitari? Sicuramente con il digitale c’è un canale più semplice e diretto che catalizza l’efficacia della propria azione. Ma senza voler andare a ritroso nei secoli con i sovrani che dettavano usi e costumi nelle proprie corti influenzando la cerchia di sudditi, quanto è veramente nuova questa professione?

Il Digital Marketing Specialist, professionista specializzato nel marketing digitale, ha competenze che gli consentono di pianificare, implementare e gestire strategie di marketing online efficaci per promuovere prodotti, servizi o marchi. La domanda che pongo è: oltre al canale di comunicazione con il pubblico, cosa cambia nella definizione della strategia, nelle tecniche di analisi della domanda e di definizione della risposta? Non si tratta forse di un dominio già appartenente al “classico” professionista del marketing?

L’esperto di intelligenza artificiale è un profilo ampio che va dall’esperto in sviluppo di algoritmi, all’esperto di analisi di dati, al consulente, ad altre dimensioni ancora. Qui la vera domanda da porsi è: siamo proprio sicuri che quello che si indica come “intelligenza artificiale” sia veramente qualcosa di nuovo? O magari siamo di fronte a tecniche cui è stato cambiato il nome per cavalcare il trend del momento?

Meglio parlare di novità o di evoluzione delle professioni?

Ricapitolando, quindi, la questione che pongo è: nelle cosiddette nuove professioni, quanto c’è di veramente nuovo e quanto invece c’è di innovazione o evoluzione di professioni già esistenti? Ancorandosi solo al concetto di “nuovo” c’è un forte pericolo di lasciare campo aperto al dilettantismo o a forme di concorrenza sleale con effetti nocivi per tutti, sia per i professionisti dell’offerta che per gli operatori della domanda.

L’evoluzione del mercato si allarga verso una sempre maggiore domanda di servizi professionali più sofisticati, più integrati, più personalizzati, più accessibili, ma a costi ridotti. La risposta è spesso possibile grazie all’utilizzo di nuove tecnologie e di nuovi domini di conoscenza che nascono dalla combinazione o dalla sovrapposizione più spinta di prestazioni già esistenti. Non è però detto che questo debba necessariamente sfociare nell’invenzione di “nuove” professionalità che prima non esistevano e che quindi appaiono come senza punti di riferimento o di regolamentazione. La conseguenza  purtroppo si palesa spesso con dilettanti che si improvvisano competenti, sfruttando la leva prezzo per offrire prestazioni che non possono essere di qualità adducendo alla scusa del “nuovo” come giustificazione. Il risultato? Ci perdono tutti: sia il committente che non raggiunge l’obiettivo, sia gli attori competenti che vengono screditati assieme alla categoria.

Ed eccoci approdare ad un aspetto apparentemente secondario della riflessione sul tema: spesso risulta complicato per certe “nuove” professioni essere inquadrate a livello di fisco, previdenza, accesso al credito, partecipazione ai bandi, verifica dei percorsi di formazione, contrattualistica del lavoro, tutele in genere. Quindi, in conclusione, mi chiedo: prima di ricercare necessariamente il nuovo a tutti i costi, non sarebbe meglio parlare di evoluzione di professioni già esistenti?

In Italia ci sono una serie di strumenti normativi che regolamentano le professioni, sia organizzate in Ordini o Collegi, sia non organizzate (Legge 4/2013), ci sono gli elenchi ministeriali di riferimento, ci sono norme tecniche per le attività. Probabilmente potrebbe essere utile qualche intervento normativo per indirizzare meglio il mercato, tuttavia questo potrebbe anche autoregolarsi.

Per chi vuol approfondire o intraprendere una “nuova” professione, il consiglio è quello di verificare quanto ciò che si vuole fare abbia radici in contesti già maturi. Spesso, più che misurare la novità, consiglierei di misurare l’innovazione apportata su una base consolidata, per investire bene il proprio tempo. Discorso analogo per chi è alla ricerca di competenze.

Per avere una bussola si può far riferimento al mondo accademico, istituzionale, associativo. Quest’ultimo avendo il vantaggio di essere più snello, può essere un supporto davvero molto efficace.

 

PAROLE CHIAVE: competenze / innovazione / intelligenza artificiale / professioni

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