Abstract
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire“. Il monologo dell’androide Roy Batty alla fine del capolavoro della fantascienza Blade Runner, di Ridley Scott, riflette una dualità che caratterizza la nostra società digitale: la straordinaria capacità di memoria (stoccaggio o conoscenza?) delle ICT e la dipendenza della disponibilità di questa memoria, che è umana e sociale, dall’esistenza delle ICT stesse. L’articolo si addentra nei chiaroscuri di questo delicato equilibrio, all’interno del quale l’oblio assume un ruolo determinante.
Roy Batty è uno dei personaggi più iconici di Blade Runner (1982), il film di Ridley Scott ispirato al romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick. È un replicante Nexus-6, una macchina “intelligente” (IA), che, come in molta della narrativa fantascientifica degli ultimi cento anni, evolve la propria intelligenza in consapevolezza e desidera continuare a vivere oltre la data di obsolescenza impostata. Pochi istanti prima di morire, pronuncia le parole di quello che rimarrà uno dei monologhi più famosi del cinema, riflettendo sul fatto che, dopo la morte, tutte le incredibili esperienze della sua vita sarebbero svanite con lui, perchè nessuno le avrebbe custodite.
Un’esperienza esiste davvero se non viene ricordata? Questa domanda rappresenta una questione affrontata da filosofi, scrittori, storici e neuroscienziati nei secoli, toccando temi fondamentali legati all’identità, alla memoria collettiva, al tempo e alla realtà. È una domanda che cambia forma a seconda dell’epoca e del contesto culturale, ma emerge come interrogativo centrale nella riflessione sull’esistenza umana.
Il mio racconto sarà fedele alla realtà, o almeno al mio ricordo personale della realtà, che è poi la stessa cosa, esordisce Jorge Luis Borges all’inizio del suo racconto Ulrica[1].
Affrontare il tema del rapporto tra memoria e oblio, nell’era delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), significa addentrarsi in una rete di significati che spaziano dalla filosofia alla tecnologia, dalla sociologia alla giurisprudenza. L’iperconnessione digitale e l’enorme capacità di stoccaggio delle ICT sembrano offrire la promessa di una memoria perfetta, la registrazione perpetua di ogni informazione, evento o esperienza. Eppure, questa memoria, per quanto vasta e capillare, è tutt’altro che neutrale o eterna: dipende da chi la costruisce, da chi la conserva e da chi ha il potere di cancellarla.
Secondo il Prof. Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Center all’Università di Yale, lo sviluppo delle ICT ha determinato il passaggio decisivo dell’umanità dalla storia, ossia l’epoca della società dell’informazione, iniziata con la disponibilità di sistemi in grado di registrare gli avvenimenti per trasmettere informazioni, all’iperstoria, il tempo delle “società in cui le ICT e la loro capacità di processare dati sono condizioni essenziali per assicurare e promuovere il benessere sociale”[2].
Nel contesto iperstorico, il rapporto tra identità e memoria cambia prospettiva a seconda che lo si osservi dal punto di vista individuale o collettivo, ed è proprio su tali due piani che vorrei analizzare il legame tra ricordo e dimenticanza (oblio) in questa società che ha sviluppato una dipendenza dai big data.
La memoria collettiva
Le ICT hanno trasformato in modo radicale la capacità di memoria sociale, intesa come l’insieme delle informazioni, dei racconti e delle esperienze che una società conserva, tramanda e utilizza per costruire la propria identità. In passato, la memoria collettiva era affidata a testi scritti, tradizioni orali, archivi e monumenti, mentre oggi è per lo più digitalizzata, ossia esternalizzata e continuamente aggiornata, attraverso strumenti dall’enorme capacità di stoccaggio: internet, cloud computing e intelligenza artificiale.
In questo contesto, se l’abbondanza quantitativa di dati da un lato ci permette di recuperare informazioni con una rapidità senza precedenti, dall’altro crea un sovraccarico informativo che rischia di impoverire la qualità della memoria.
Borges, nel suo racconto Funes, el memorioso[3], descrive il caso estremo di un uomo incapace di dimenticare perché dotato di una memoria assoluta: ricorda ogni dettaglio della sua esistenza con precisione maniacale, al punto che ogni oggetto, ogni istante, ogni sfumatura diventa per lui irripetibile e incomparabile. Ma questa capacità straordinaria comporta che Funes non riesca più a pensare in termini di concetti generali, né a distinguere ciò che è rilevante da ciò che è irrilevante. La sua memoria perfetta lo paralizza, impedendogli di astrarre e di dare significato alle esperienze.
L’iper-memorizzazione digitale rischia di trasformare la società in un grande Funes collettivo. L’accumulo indiscriminato, infatti, non garantisce una maggiore consapevolezza storica e sociale e può ostacolare la costruzione di una memoria condivisa capace di dare senso alla realtà. Senza la selezione, che permette alla memoria di essere viva e funzionale, rischiamo di essere sommersi da un flusso ininterrotto di informazioni che, come nel caso di Funes, finiscono per annullare la possibilità stessa di comprendere. La memoria infatti, oltre che stoccaggio, dovrebbe essere “attenta cura per le differenze significative e stabile sedimentazione di una serie ordinata di cambiamenti”[4].
Con riferimento alla qualità della memoria digitale, va sottolineato inoltre che le ICT posseggono un tipo di memoria che dimentica, nel senso che sono tecnologie che diventano rapidamente obsolete e sono riscrivibili. Per questa ragione, esse non conservano il passato perché sia a disposizione del futuro, ma ci fanno ingannevolmente vivere in un eterno presente.
Nel racconto La biblioteca di Babele[5], Borges raffigura un universo costituito da un’immensa biblioteca che contiene tutti i libri possibili. Se tutto viene conservato, se ogni documento, ogni parola, ogni testimonianza sono eterni e indistinti, allora il sapere diventa incomprensibile e l’identità collettiva si dissolve nel caos informativo. Il rischio che viviamo oggi è simile, perché, nell’era della digitalizzazione di massa, l’archiviazione totale rischia di impedire la costruzione di una memoria culturale coerente e la sovrabbondanza di informazioni, anziché rafforzare l’identità collettiva, può frammentarla, rendendo impossibile stabilire un senso condiviso del passato.
Questo perché la conservazione non è solo un processo tecnico, ma un atto di narrazione. Decidere cosa preservare, come e perché, significa scegliere quali storie raccontare e quali identità culturali tramandare. Memoria e oblio non sono quindi opposti, ma interdipendenti, in un equilibrio che determina non solo il nostro rapporto con il passato, ma anche il modo in cui costruiamo il futuro.
E se è vero che questa enorme potenzialità di intercettare e immagazzinare informazioni non ci obbliga più a scegliere cosa ricordare, nella società iperstorica diventa cruciale scegliere cosa dimenticare o, meglio, cancellare. Questo aspetto è delicatissimo. “Di default” dice Floridi, “il nuovo tende a spingere via il vecchio: pagine web aggiornate cancellano quelle vecchie”. Ma è indubbio che le tecnologie regolino anche l’oblio, attraverso algoritmi che filtrano, selezionano e cancellano informazioni, determinando una forma di oblio tecnologico. La scomparsa di contenuti digitali assume, oltre che un rilievo dal punto di vista culturale, un inquietante risvolto politico, in senso lato: la possibilità di modificare o eliminare contenuti digitali facilita la riscrittura della storia e la diffusione di disinformazione, minacciando direttamente la democrazia.
“Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, scriveva George Orwell in 1984. La memoria collettiva, in questo contesto, non è solo un accumulo di esperienze passate, ma uno strumento di potere per decidere cosa sia la verità. Il potere, accentrato dai cosiddetti GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) e dalle altre big-tech, di raccogliere e manipolare enormi quantità di dati, è uno strumento di potenziale controllo del passato, poiché consente di decidere cosa rimane nella memoria collettiva di una società e cosa viene dimenticato, oscurato o manipolato.
Le fake news, la revisione storica online, i bias algoritmici, ne sono esempi: se si controlla l’informazione, si può controllare la percezione del passato e, quindi, anche la visione del futuro.
Sempre Borges ci offre un’altra immagine evocativa per la comprensione di queste tematiche nel racconto Il libro di sabbia[6], nel quale il protagonista entra in possesso di un libro apparentemente infinito, le cui pagine non hanno un inizio né una fine e mutano ogni volta che si tenta di sfogliarle. La mutevolezza incontrollabile che caratterizza il nostro contesto tecnologico mette in evidenza l’impellente necessità delle società iperstoriche di dotarsi di ancore, capaci di mettere in sicurezza alcune informazioni a salvaguardia del nostro passato e del nostro futuro.
Di qui l’importanza fondamentale del ruolo degli archivi, sia pubblici che privati, della loro affidabilità dal punto di vista della gestione tecnologico-archivistica e della loro imparzialità rispetto ai giochi del potere politico ed economico.
Perché preservare i documenti non significa solo onorare il nostro passato culturale, ma garantire che il pubblico abbia accesso ad informazioni accurate, certe, strutturate e significative.
La memoria individuale
Perramus, protagonista dell’omonimo fumetto argentino scritto da Juan Sasturain e illustrato da Alberto Breccia, è un uomo che si ritrova senza memoria e assume come nome la marca dell’impermeabile che indossa. Senza memoria perde la propria identità, non è più lui (ndr nel corso della storia Perramus incontra Borges).
Nel contesto iperstorico, se dal punto di vista collettivo diventa difficile afferrare e trattenere informazioni, al contrario, dal punto di vista dell’individuo la memoria digitale è caratterizzata da una persistenza senza precedenti: tutto ciò che facciamo online lascia tracce, spesso indelebili, che contribuiscono a costruire la nostra identità pubblica. Ma questa identità non è sempre sotto il nostro controllo.
Nell’epoca pre-digitale, potevamo scegliere cosa raccontare di noi e cosa lasciar svanire nel tempo, ma oggi questa scelta è sempre più limitata. Foto, post, commenti, interazioni, rimangono registrati, riemergendo a distanza di anni e vincolando il nostro passato al presente. Questo porta a una nuova forma di vulnerabilità umana: siamo costantemente esposti al giudizio retroattivo della società, privati della possibilità di evolvere senza il peso di una memoria onnipresente.
Floridi, sottolineando quanto le ICT siano diventate importanti nel dare forma alle nostre identità, le definisce, citando Michel Foucault, come le “più potenti tecnologie del sé alle quali siamo mai stati esposti”. L’accumulo di informazioni nella memoria digitale costruisce l’identità personale e riduce la capacità di ciascuno di raccontare sé stesso.
È evidente il collegamento con la privacy: “Data una certa quantità di informazioni personali disponibili in una regione dell’infosfera, quanto minore è la frizione informazionale (ndr il libro definisce “frizione informazionale” la quantità di sforzo richiesto ad un agente per ottenere, filtrare o bloccare informazioni che concernono altri agenti in un dato ambiente) all’interno di tale regione e quanto più elevata è l’accessibilità alle informazioni personali relative agli agenti che ne fanno parte, […] tanto minore è il livello di privacy atteso”[7].
Da questa prospettiva, il diritto all’oblio, non a caso introdotto nel quadro giuridico europeo dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), entrato in vigore il 25 maggio 2018, diventa una necessità etica prima ancora che legale. L’oblio, principio giuridico che permette agli individui di chiedere la rimozione o la deindicizzazione di informazioni personali obsolete, inesatte o dannose dai motori di ricerca e dagli archivi digitali, non è solo una forma di tutela della privacy, ma una condizione fondamentale per garantire la libertà di costruire e ricostruire la propria identità senza essere imprigionati dal passato digitale. Tuttavia, questo diritto, pur essendo sancito dal sistema giuridico e riconosciuto da molte piattaforme digitali, si scontra con una realtà tecnologica in cui far scomparire completamente una traccia dalla rete è estremamente difficile, se non impossibile.
Questo dipende da diversi fattori legati alla natura della memoria digitale che, a differenza delle memorie fisiche (es. libri, archivi cartacei), è replicabile all’infinito e diffusa in modo capillare. Quando un’informazione viene pubblicata online, infatti, può essere copiata, scaricata o condivisa da utenti e siti terzi, può essere archiviata automaticamente da motori di ricerca e database esterni ed entrare in circuiti difficili da controllare, come forum, piattaforme decentralizzate e darknet. Questo significa che, anche se un contenuto viene rimosso alla fonte, può continuare a esistere in copie distribuite su altri server. Inoltre, le nuove tecnologie basate su intelligenza artificiale e machine learning introducono ulteriori complessità legate al fatto che anche se un dato personale viene rimosso, gli algoritmi che lo hanno utilizzato per addestrarsi continuano ad usarlo, in modi tra l’altro imprevedibili.
Questa tensione tra memoria e identità, tra ciò che resta e ciò che cambia, è il cuore del dilemma della nostra epoca digitale. L’androide Roy Batty, in Blade Runner, si confronta con la fragilità della memoria e con la sua intima connessione all’identità: i suoi ricordi, le sue esperienze, tutto ciò che lo rende qualcuno, sono destinati a svanire con la sua fine.
Ma in una società che accumula ogni dato personale senza mai dimenticare, il problema è opposto: chi siamo, se non possiamo più dimenticare?
Conclusioni
L’era digitale ha introdotto una profonda contraddizione tra memoria collettiva e memoria individuale. Mentre, a livello collettivo diventa sempre più difficile afferrare e trattenere informazioni in modo significativo, a livello individuale, la memoria digitale è caratterizzata da un’ostinata persistenza che racconta chi siamo.
Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno trasformato la memoria in un gigantesco deposito di dati, in cui tutto viene registrato, ma non necessariamente conservato o dimenticato in modo significativo, con il rischio che la conoscenza si perda nel rumore informativo. Inoltre, il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate e manipolate introduce nuove forme di selezione della memoria, spesso arbitrarie, distorte o imposte da attori con interessi specifici.
In questo contesto, l’oblio non è più solo una questione naturale, ma un atto deliberato e strategico, gestito da chi detiene il controllo sulle piattaforme digitali.
E in questa “accozzaglia informativa” non siamo in grado di cercare quello che va ricordato e non siamo in grado di cancellare quello che vogliamo sia dimenticato. Abbiamo perso, di fatto, il controllo della narrazione sul piano storico-socioculturale e individuale. Stiamo creando una società che soddisfa e, addirittura, predice i bisogni dell’essere umano, ne facilita i compiti, ma rischia in tutto questo “lavorare per l’uomo” di non tenerne più in conto la volontà.
L’uomo che è in grado di porsi domande per le quali la società digitale non abbia ancora predisposto le risposte è in grado di cercarsele da solo? Se lo è, dobbiamo chiederci cosa dobbiamo fare oggi affinché l’uomo riesca a mantenere questa fondamentale capacità di autodeterminazione e di controllo che la società dell’informazione, potenziata dalle tecnologie digitali, tende ad erodere costantemente.
Prima che anch’essa vada perduta nel tempo “come lacrime nella pioggia”.
NOTE
[1] Finzioni, Jorge Luis Borges, Adelphi Editore, 2003
[2] La quarta rivoluzione, Luciano Floridi, Raffaello Cortina Editore, 2014
[3] Finzioni, Jorge Luis Borges, Adelphi Editore, 2003
[4] La quarta rivoluzione, Luciano Floridi, Raffaello Cortina Editore, 2014
[5] Finzioni, Jorge Luis Borges, Adelphi Editore, 2003
[6] Il libro di sabbia, Jorge Luis Borges, Adelphi Editore, 2018
[7] La quarta rivoluzione, Luciano Floridi, Raffaello Cortina Editore, 2014
PAROLE CHIAVE: controllo / Identità / memoria / oblio
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